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Minghina

Eccola là, come la ricordo, seduta sulla panchina di pietra a fianco del focolare, il piatto della cena in grembo, gli abiti semplici di chi non ha vanità nemmeno nell’ampio fazzoletto che le cinge il capo, annodato stretto sulla nuca: Minghina!

In realtà il suo nome è Domenica ma è usanza – in questa mia bella e forte terra di Romagna – cambiare e storpiare i nomi in un modo tutto loro; e così Giuseppe diventa Jusef, Alberto Berto, e via di seguito. Non è uno sgarbo al nome proprio con il quale sono stati battezzati ma quasi una necessità nelle grandi famiglie numerose, dove i nomi ricorrono, sempre eguali, quasi un voler far rinascere i loro antenati onorando il nonno imponendo ai nuovi nati il nome che era stato il suo. E così io la chiamai sempre Minghina, come tutti i componenti della famiglia che abitavano quella grande e solida casa rurale nella quale ho trascorso gli anni dell’infanzia durante la guerra. Creatura silenziosa e schiva, timida eppure autorevole nella cerchia famigliare mentre reggeva l’andamento giornaliero, sempre attenta alle necessità di ognuno.