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ricordi di guerra schegge di memoria

Il Barone Rosso

 Il fiume si stende davanti a noi, largo, limaccioso fra le due rive nascoste di terra, da macchie di arbusti di tanti colori diversi e si porta via, a tratti, i rami penduli della boscaglia. Me l’immaginavo diverso, questo fiume dal nome un po’ strano, composto di due sole lettere: il Po.

   Il Po, sono tanti giorni che babbo e mamma ne parlano e nella mia testolina di bimba di 6 anni, avverto senza spiegarmelo, nelle loro parole come un tremito di speranza. Compresi poi dopo molti anni, moltissimi anni cosa significasse: il grande fiume significava forse la speranza di aver superato le linee dei tedeschi in fuga e forse, la salvezza per noi.

Da tanti giorni, non ricordo quanti, viaggiamo sulla strada, verso una meta che non conosco. Il carro sul quale la mamma ed io trascorriamo le giornate e di notte dormiamo, contiene quella che per noi sarà la nostra casa: poche cose, ed una credenza dai colori sgargianti arancio e giallo,  sistemata sul davanti, e dove la mamma tiene le cose da mangiare e l’acqua da bere. Sediamo su due materassi che la notte ci servono da giaciglio, e mi piace dormire così, la mamma con la testa da una parte ed io ai suoi piedi. Attorno a noi il telone cerato che ci protegge dal sole durante in giorno, babbo lo srotola  ed io mi sento protetta, come in una capanna; il calore del corpo di mamma così vicino, ed il suo odore, quel buon odore che forse emana solo l’amore. Sotto di noi, fra le ruote del carro il babbo sorveglia il nostro sonno. Poco distante la nostra cavallina, la Nina, rumina adagio dal suo sacco appeso alla testa, l’erba medica fresca che alcuni contadini ci hanno concesso di raccogliere.

   Il Po, eccoci qui finalmente, ma a me, non fa alcun effetto anzi, m’incute paura e non so il perché. Come faremo ad andare dall’altra parte? Ma c’è il babbo, lui saprà come fare. Eccolo la’, magro e quasi emaciato, con quei suoi pantaloncini corti e troppo grandi per lui – pescati chissà dove – mentre guida la Nina verso la sponda del fiume. Per poco, ho avuto paura che s’inoltrasse in quella corrente ai miei occhi spaventosa, ma poi capisco quando vedo una specie di grande chiatta sulla quale babbo ed alcuni uomini tutti neri di sole e nerboruti, fanno avanzare la cavalla recalcitrante, quasi impazzita di paura: ne vedo il bianco degli occhi sbarrati. Mamma ed io, sulla riva, spaventate, aspettiamo. Il vortice dell’acqua, le piccole onde grigie sollevate dal vento che scuote le cime degli alti alberi sulla riva, con fruscii immutabili, le foglie quasi bianche da una parte e più scure dall’altra, in un balletto tutto loro che pare un balenìo.

   Solo moti anni dopo, tentando di ricostruire quei quaranta giorni di fuga dalle bombe, dalla morte, dalla fame, compresi meglio l’ansia che mamma cercava di mascherare per me.   

Babbo ci fece salire sulla piattaforma assieme al nostro carro, la nostra casa ambulante, e la povera Nina sempre più spaventata. Povera, cara e generosa cavallina! Seppi poi che non era mai stata un cavallo da tiro ma da cavaliere e che certamente non aveva mai visto tant’acqua. Nemmeno io del resto e solo la presenza del babbo che sembrava del tutto tranquillo, mi permise di tranquillizzarmi. Eppue allora, non lo conoscevo quel babbo, ne avevo solo sentito tanto parlare, era alla guerra, mi si diceva, e neppure sapevo cosa volesse dire. Eppure, al solo vederlo, qualche mese addietro, compresi in un attimo cosa significasse  per me e per la mia mamma: lui era il “babbo”.

   Il cielo è tanto limpido e luminoso che fa male agli occhi e mamma mi mette sul viso un paio di occhialini, sistemandomi il fazzoletto che mi trattiene i capelli lunghi.

Il sole è forte e trae da quell’acqua che pare sporca , tante luci come fossero stelle. Fra poco, fra poco saremo dall’altra sponda. Nessuno dei due miei genitori sembrano preoccupati, mamma sorride, tenta anche d’intonare con me una di quelle canzoni che cantiamo sempre, leggendo le parole dal Canzoniere. Ma la voce si spegne, io non mi sento di seguirla. Avverto una tensione che si fa più pesante minuto dopo minuto. Eppure il babbo è poco lontano, accanto alla testa della Nina, e sembra anche che le sussurri qualcosa all’orecchio, calmandone i brividi che le increspano la  groppa.  Non comprendo, eppure avverto il pericolo: Un pericolo che non so da dove possa arrivare. I barcaioli con le lunghe pertiche si avvicinano alla metà del fiume; La Nina è più calma, mamma mi tiene abbracciata: perché ho paura?

  Da qualche parte, in quel cielo troppo limpido, un rombo cupo, ancora lontano ma che si avvicina. Mi sforzo di guardare in alto ma non vedo nulla mentre il rombo si fa più vicino ed un grido unanime, che squarcia in un istante la calma proprio li’ nel mezzo del fiume:

   -Il Barone Rosso….tutti  giu’! –

Vedo babbo correre verso di me, abbracciarmi rudemente, trafelato, mentre raggiunge la riva di un isolotto sabbioso e depormi  fra le rade stepaglie. Mi appoggia fra l’erba e mi dice – stà giu’, aspettami che vengo a prenderti – e poi rientra nel fiume, va verso la chiatta mentre i barcaioli che si sono già tuffati non si scorgono più.

   Vedo la zattera  in mezzo alla corrente senza più alcuna guida, scarroccia e rischia di rivoltarsi mentre la Nina impazzita di paura si trova già nel fiume  dove il babbo le abbraccia il collo, le tiene la testa fuori dall’acqua, torturandole la bocca schiumosa perché non gli sfugga.

   In quel mentre ecco il rombo sopra di me e finalmente lo vedo: è un piccolo aereo che sta spazzando il fiume con raffiche di mitragliatrice, senza nemmeno mirare, se non quando vola sopra la chiatta con il nostro carro alla deriva. Non faccio nulla, nemmeno un movimento per appiattirmi al suolo: so per istinto che sarebbe inutile. Ecco com’è la Morte! Mi dispiace solo di non essere con babbo e mamma. Sollevo il viso verso quell’ucellaccio che sputa fuoco, mi tolgo, non so il perché, gli occhialini dal viso e lo guardo: guardo nella carlinga l’aviatore, vedo il casco di pelle slacciato, gli occhialoni ed il movimento del corpo mentre sembra voler guardare meglio verso di me.

   Ecco la Morte, penso mentre dalla fusoliera non escono più i traccianti che solo un attimo fa sollevavano la terra attorno a me. E l’aereo passa oltre.

   Anche mentre scrivo, mi domando  il perché  di quella pausa della mitragliatrice del famoso “Barone Rosso” che appariva come dal nulla, ogni pomeriggio, a mitragliare il fiume e tutto quanto vi si poteva trovare. Munizioni finite? Pietà di una bimba spaurita, sola su quella lingua di terra? Una figliola che le assomigliava a casa? Non lo saprò mai. Ma in fondo, che importanza può avere? Forse dovevo vivere  per dare il mio contributo al karma della vita e non solo della mia, ordendo io pure il disegno di quel tessuto che scrive le nostre esistenze.

   Non ho paura, vedo ancora nell’acqua alta la nostra piccola casa galleggiante intatta. Il babbo sta facendo  risalire la Nina sulla riva: Grondano acqua entrambi ma sono salvi. Intanto i barcaioli sono risaliti sulla chiatta  e la stanno guidando verso la sponda. Sembra che nessuno si ricordi di me ma sono tranquilla, -“ torno a prenderti “– mi ha detto il babbo.

noi tre qualche anno dopo
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15 risposte su “Il Barone Rosso”

già….nel rileggerlo, dopo averlo scritto e riscritto, riandando a quel giorno ed a quelle emozioini di bambina…mi domando, poi, crescendo lungo lo scorrere della Vita, quanto quell’episodio mi abbia influenzata. In ogni caso, riandando a ritroso, la cosa che ha inciso forse maggiormente nella mia formazione, è stata quella fiducia, incrollabile, che in ogni caso c’era livicino il mio babbo – da pochissimo nella mia vita – che sarebbe venuto a riprenderrmi e salvata. Infatti, mai come in quel momento nonostante i trascorsi anni della guerra, ho capito veramente cosa voglia significare la parola MORTE. Confusalemte forse, ho anche intravisto dietro gli occhialoni di quel pilota che improvvisamente mi si sono parati davanti, che ogni cosa ed evento è segnato da quello che chiamiamo “FATO”.

grazie…grazie per l’apprezzamento ed anche per essere qui! Le immagini che ho descritto sono ancora profondamente radicate nella memoria e non solo! ho solo seguito l’ombra di quella giornata che purtroppo anche oggi non ha perso per me lo sgomento di quelle ore.

sono contenta di aver saputo trasmettere con le parole della nostra bellissima lingua italiana, emozioni ed apprezzamenti. Comunque…grazie per aver condiviso in questa pagina le mie emozioni di ore indimenticabili per me, piccina, ma che ora, divenuta molto più che adulta, non sono svanite e – temo – non lo saranno mai.

grazie anche a te, amico di questo blog…che ha il potere per me raro e prezioso di poter condividere ed a volte, con il raccontare, sdrammatizzare ricordi che durante la mia già lunga vita continuano a sanguinare: come ferite aperte e mai rimarginate.

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