Categorie
ricordi di guerra

La Valigia di Cartone

La donna trascina sul marciapiede sconnesso una grande valigia di cartone malconcia e pesantissima. Cammina adagio e con grande fatica, il corpo irrigidito nello sforzo.

Ai lati della strada, solo grandi palazzi semi distrutti. La bambina che le cammina accanto guarda verso le occhiaie vuote delle finestre oltre le quali s’intravede il nulla della distruzione. Alcuni palazzi sono del tutto crollati su se stessi e non ne restano che cumuli di macerie dove – a volte – in una sola parete rimasta in piedi si può riconoscere l’interno di ciò che era stato una cucina, oppure una camera da letto. In quelle pareti ancora arredate – là dove il crollo le aveva risparmiate- si può immaginare la vita che ora non è più.

Quelle spoglie di esistenze stroncate forse paiono assurde ed in qualche modo oscene, certo irriverenti. E la bambina ne distoglie lo sguardo, trotterellando accanto alla madre, ignara ma non del tutto, della tragedia avvenuta. Ha ben potuto vedere la morte e la distruzione lasciata dalla guerra.

La guerra: una parola per lei senza senso, se non per quello raccolto dai visi e dalle labbra dei “grandi”. Cammina silenziosa accanto alla mamma, quasi piegata in due sulla pesante valigia di cartone piena di” carbon coke” raccolto sui binari dopo che ne erano caduti dei pezzi dai vagoni ricolmi sulle rotaie che transitavano, e li si raccoglieva riscaldarsi, ma qualcuno per rivenderlo poi a caro prezzo…

La donna e la bambina lo portano a casa solo per cuocere un po’ di minestra acquosa sulla vecchia stufa.

La donna si ferma, poggiando a terra la grande valigia per riprendere un poco il respiro: quel peso è troppo gravoso per lei, piccola e minuta che pure, dopo pochi minuti riprende a camminare.

La bimba non comprende quella fatica, ma sa solo che questa sera il carbone riscalderà la cucina dove in pratica vivono lei, mamma e babbo, da quando sono approdati nella grande città.

La vecchia stufa di ghisa rosseggerà mentre la povera cena si cucina e forse la mamma infornerà il pane, quel pane bianco che per la bimba è ancora una meravigliosa leccornia. Durante la guerra ha mangiato solo quel pane scuro: più crusca che farina, come si doveva fare allora. Ma la mamma userà ciò che è rimasto della farina, regalo di certi amici contadini, quando si misero in strada in un un carro pieno delle poche cose che poterono portarsi, trainato da una cavallina da maneggio trovata chissà dove e chissà da chi.

Una sera di festa dunque, dopo i giorni trascorsi al freddo: la vecchia stufa appena alimentata da qualche ovulo di carbone usato con tanta parsimonia e che terminava sempre troppo in fretta, divorato dalle fiamme. Proprio stamane la mamma le aveva dato l’ultimo tozzo di quel pane cotto ormai da molti giorni, passandovi sopra l’ultimo cucchiaino di un panetto di quel burro fatto in casa che i nonni – quando se ne presentava l’occasione – mandavano da Imola, dove la bimba era vissuta quei suoi primi sei anni durante i quali aveva veduto attorno a sé solo la guerra.

Ricordava la nonna, seduta su di un basso sgabello, un recipiente fra le ginocchia chiuse a trattenerlo, mentre faceva girare una piccola zangola di legno, con la velocità della piccole mani rese dure e callose dal lavoro. Aveva messo da parte da giorni lo strato spesso di panna che dopo la bollitura si formava alla superficie del latte. Alla fine il burro si formava e la nonna ne faceva un panetto che poi conservava, avvolto in una pezza di lino, nell’acqua fredda!

La bimba ne ricorderà il meraviglioso sapore anche dopo tanti anni!

Sentiva dire dai “grandi” che la guerra era finita ma spesso per le strade si udivano spari, provenienti da chissà dove e che parevano scaturire a casaccio, a volte, mentre si vedeva qualcuno crollare a terra colpito e tutti fuggivano spaventati a rintanarsi da qualche parte. La piccola proprio non capiva e non chiedeva, intuendo che era meglio non parlarne .

Improvvisamente ora, da qualche parte, ma vicinissimi, si odono dei colpi di sparo…altri che sembrano rispondervi. La bimba non sa, non capisce, mentre la donna spaventata, confusa, si guarda d’attorno, la mano già serrata alla sua, mentre -senza però lasciare il prezioso carico- la trascina all’interno di un portone a metà squarciato. Ben misero riparo ma, almeno non sono più sulla strada! Vicino ma invisibile, le urla di qualcuno…”un ferito”? O forse qualcun altro spaventato dai colpi sparati ed appena esplosi, che cerca come loro un povero riparo. La bimba allontana però il pensiero -nato all’improvviso dalla paura- che forse dovrà vedere, fra poco, quando si incammineranno di nuovo sulla strada, qualcuno steso a terra…immobile? Gemente, forse?

Passi di corsa che s’avvicinano; rumore pesante dal senso definitivo di pericolo, che le arrivano dalla strada dissestata. La donna la spinge più avanti nell’androne mezzo diroccato, e si inoltrano -la valigia sempre stretta in mano- nascondendosi dietro un cumulo di macerie, là in fondo al corridoio in parte ancora in piedi, oltre il portone dall’anta sfondata.

Minuti di silenzio che trascorrono vuoti e pesanti come macigni nella loro corsa ed accelerano il cuore che sembra voler uscire dal petto!

Quanto tempo trascorre prima che la donna, ancora visibilmente tremante, si carichi nuovamente della pesante valigia di cartone, mentre scavalca le macerie che per poco le hanno forse difese: la bambina non ne ha idea purché ora torni a casa!

Finalmente arrivano al portone di uno di quei grandi palazzi risparmiato dalle bombe e nel quale vivono, fortunosamente, usando solo una cucina ed una camera da letto del grande appartamento vuoto dal quale i proprietari erano fuggiti. La mamma si ferma di nuovo, ormai stremata, prima di affrontare le scale: la grande valigia dal contenuto così prezioso faticosamente trascinata, di scalino in scalino.

Quel viaggio si doveva fare spesso, ed il più delle volte per ritornare con la valigia vuota ed allora rientrare nell’appartamento era triste ed il freddo che quei pochi pezzi di carbone avrebbero potuto dissipare, sembrava ancora più crudo nell’aria stagnante dei sentori freddi della cucina. La vecchia stufa di ghisa ingoiava quel poco di combustibile che era rimasto dal viaggio precedente, ma serviva solo per cucinare qualcosa in fretta, prima che anche l’ultimo ovulo di carbone si consumasse.

Poi, di nuovo il freddo, mentre dalla finestra, attraverso i vetri tenuti assieme da strisce di carta gommata, entrava la notte cupa.

Quella mamma era la “mia” mamma! Quella coraggiosissima mamma che ha vegliato su di me per tutti gli anni durante i quali il mio babbo era al fronte! Quella stessa piccola donna che l’ha accolto alla fine della guerra, comprendendo che per guarirlo da tutto ciò che aveva dovuto vedere…doveva prima essere guarito nell’anima…E lo mandò di nuovo via, in quel monastero di Camaldoli, per ritrovare un poco di serenità e speranza. La stessa mamma che di poi, nell’arco della sua vita così difficile, ha saputo – nonostante dolori e miserie – intessere la mia piccola vita che sbocciava di poesia, bellezza e dolcezze assieme.

Quando penso a lei, trovo la speranza che dovunque ella sia ora, abbia trovato tutto ciò che amava e cioè fiori.. tanti fiori e tanti meravigliosi tessuti con i quali amava confezionare quei bellissimi abiti per la quale era famosa.

A volte, un profumo di tuberose come quelle che componevano il tuo “bouquet” da sposa mi aleggia d’attorno. E sono certa che sei tu, mamma, e che mi sei accanto.

Pubblicato il 24 settembre, ricorrenza del tuo compleanno

la mia mamma
mamma ed io
noi tre, qualche anno dopo
Latest posts by Alma Serena Guolo (see all)

12 risposte su “La Valigia di Cartone”

MAMMAMIAMAMMAMIA! La tua approvazione mi fà tremare il cuore! sono trascorsi…un milione di anni da quando vivevo quei giorni ma per me…neppure un’ora è trascorsa senza ricordare! Ma non è la guerra, che voglio trattenere nell’anima…tutti l’hanno vissuta, ma il ricordo immensamente grato alla “Creazione” – qualsiasi cosa sia – che mi ha donato la mia famiglia meravigliosa – nessuno escluso – ed ogniuno mi ha donato ciò che aveva di più importante: L’Esempio”! Da sempre, dacche’ sei comparsa nella allora mia giovanissima vita, ho tenuto ben presente nell’aiutarti a crescere, ciò che avevo ricevuto come valori fondanti della Vita stessa. Grazie Barbara!

che dire…se non ringraziare delle belle parole ma…non è solo di quello che si colora la Vita! Quella vera, quella dell’Anima, quella piccola cosa misconosciuta che a volte ci fa anche soffrire ma…senza questa piccola, enorme entità della quale siamo composti, è la sola che ci possa anche consolare. Ed è proprio questo, questo riscoprirla in ogniuno di noi che passeggiamo in questo BLOG…. che potrà salvarci, da questo mondo impazzito, dimentico e smemorato della nostra origine….divina??????????

La tua mamma io l’ho conosciuta bene, quante merende, marmellate e piccoli vizi. I vestiti di Falconetto, i consigli. Serena, leggerti è stupendo, malinconico e suggestivo. Ogni volta una emozione diversa

cara Erminia nostra! Ricordo tutto…non so il motivo per il quale in questo ultimo periodo della mia vita – e spero che sia stata, in qualche modo utile, dimentichi spesso una miriade di cose….che però sono solo cose, inutili! Ma sono certa, lo sento, con un’intensità fin qui mai provata, che le persone delle quali scrivo…me lo chiedono, e ne sono felici!
grazie, cara amichetta….poichè io così, piccina, amo ricordarti.

è sempre bello e emozionante leggere i tuoi racconti ma sono verità… nonna Pina .Non si può dimenticare un pensiero speciale nel giorno del suo compleanno un abbraccio Luisa A.

Bello, bellissimo trovarti qui, cara Luisa! Certo, tu l’hai conosciuta bene quella piccola donna piena di Coraggio, Abnegazione, Generosità e….Fantasia magica nel creare cose belle! Ma…anche lei, ben prima di me che le sono indegna figlia, ha vissuto la grande fortuna di nascere in una Casa…pulita, bella e sempre aperta all’Amore senza remore, ed in seguito, anche se l’ha pagato forse con troppo dolore, a tutto ciò si è aggiunta la fortuna d’incontrare il mio “babbo”… Come posso dunque io, piccola ed indegna di tanta buona sorte…Nulla, se non ricordarla e farla ricordare.

L’odore del pane..il sudore della fatica.la paura dell’anima..la gioia del pane…il profumo dell’amor..il rombo del motore..il silenzio del monastero..la caduta della neve sarà sempre nel tuo cuore e tu beata nei nostri pensieri…

…che dire….che rispondere se non GRAZIE! Anche se – quel poco di buono che possa esserci in me – povera donna soffocata di mancanze…non mi appartiene se non nell’aver vissuto quella grande Fortuna che la vita mi ha donata: la mia famiglia, che mi ha insegnato tutto ciò che di buono ho saputo afferrare e far mio, e – per quanto ho saputo – donarlo a mia figlia, che spesso temo di non meritare, così com’è!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.