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ricordi di guerra Un Uomo

Inconsapevoli eroi

Nell’inferno di ghiaccio

Neve…neve e solo neve. Dovunque si guardi. E freddo, freddo gelido che ormai è entrato nella carne, nelle ossa, e la pelle non rabbrividisce nemmeno più.

Giorni, che vagano un piede avanti all’altro, affondando ad ogni passo sempre più stentato… la divisa estiva che s’incartapecorisce addosso…Digiuni e non sanno nemmeno più da quanto.

Solo ogni tanto, una manciata di quella neve che da giorni scende da un cielo uniforme, plumbeo, eppure senza colore, portata alle labbra screpolate.

Sperduti, quei pochi soldati, e la colonna chissà come li ha lasciati indietro: o forse…solo loro sono scampati. Chissà…La mente ormai si rifiuta di racimolarne perfino il ricordo, eppure avanzano, adagio, senza più nemmeno guardare avanti. Avanti…dove c’è solo il nulla!

La radio da giorni non funzione se non a tratti, e solo per emettere qualche scricchiolìo, una parola…suoni incomprensibili. Eppure si va stolidamente avanti, e lo faranno finché anche la più piccola speranza d’incontrare qualcuno li terrà in vita.

Uno dei militi, lui che sembra fra tutti il più cosciente, ad ogni pochi passi controlla – avanti e dietro di se’ – se ci sono ancora tutti. Non sa nemmeno lui il perché …eppure non può farne a meno: sono i suoi compagni! Infatti, ecco che quell’ultimo della fila che si sgrana ondeggiante sopra la distesa innevata, barcolla, incespica per poi accasciarsi al suolo.

Il soldato sa e che se non l’aiuterà, il compagno non si rialzerà più. E rimarrà qui, in questa terra ostile e straniera, solo e dimenticato.

Non sa nemmeno ormai il perché siano finiti in questo inferno di ghiaccio… ed il perché! Ma a questo punto poco importa. E torna indietro, s’avvicina, lo riconosce sotto le fasce ridotte a stracci con le quali ha cercato di ripararsi il capo.

– Mario!….Mario, che fai! Alzati…dai che perdiamo gli altri! Li vedi…sono già molto avanti! –

– Lasciami ,…tu vai…io non ce la faccio più: io finisco qui! –

Il fiato esce dalle labbra in un soffio che subito sembra rapprendersi in quell’aria imbalsamata, mentre altra neve, ora anche dal cielo, la tramuterà in ghiaccio. Forse un attimo di esitazione…si guarda d’attorno e come ormai da giorni, non vede niente…non un casolare, nessun riparo, nemmeno un albero scheletrito a rompere una landa senza confini.

Un silenzio minaccioso… eppure, dietro ad ogni montagnola di neve che rompa la distesa piatta, potrebbe in ogni momento spuntare la canna nera di un fucile e la fiammata dello sparo. Pochi seecondi…e tutto finisce.

Il soldato s’inginocchia, scarica dalle spalle il pesante zaino, mentre l’amico – ormai disinteressato ad ogni cosa che non sia la volontà di lasciarsi andare – ha chiuso gli occhi.

Eppure non si può morire così, dopo tutto ciò che hanno passato! Con le mani fasciate alla meglio di vari stracci, apre il tascapane, cerca un poco finchè trova il vasetto di quella marmellata ( è l’ultimo ormai) che tempo fa ricevette in un pacco da casa! Quanto…quanto tempo è passato da allora! L’ha sempre tenuta, nascosta a tutti “ solo in caso di necessità”! si diceva, ma la verità è che quella marmellata l’aveva fatta la sua sposa, ed anche solo toccarne l’involucro, gli parlava di Casa!

Faticosamente ne forza il coperchio con la baionetta poi, prendendone con le dita ne mette a forza fra le labbra dell’amico che non vorrebbe, che scuote la testa -“ma lasciami stare…-”! ma il soldato non lo sente nemmeno e continua – con forza disperata – a riempirgli la bocca che però ora si apre, la lingua a raccogliere quella marmellata dolcissima, che inghiotte.

In pochi, miracolosi minuti, lo zucchero di quella mistura casalinga sembra rianimarlo. Gli occhi ora aperti, fissi in quelli pieni di speranza in un miracolo del commilitone che continua, quasi disperatamente , aiutandosi solo con le dita, ad ingozzarlo.

Ma bisogna ripartire: il gruppo sparuto, là davanti, rischia di sparire alla vista. Con fatica, aiutandosi a vicenda, muovono i primi passi nella neve fresca. Cade così fitta, che sembra mangiarsi quella poca luce che traspare, dietro un cielo invisibile.

E’ accaduto qualche giorno fa…giorni? Settimane? Chissà che quello stesso soldato abbia potuto salvare una vita che pareva – che era – ormai condannata.

Stremati, si erano fermati, in quel loro disperato errare senza meta, e proprio lui aveva inventato il modo di ripararsi alla meglio e proprio con quel ghiaccio che ormai copriva ogni cosa.

Costruirono con le mani, le baionette innestate ed un paio di piccole pale che erano rimaste dalla dotazione, una specie di capanna, alla maniera di un “Igloo”! Lo sforzo era stato immenso, anche perché i compagni che non capivano l’utilità di quella fatica a loro avviso inutile, seguivano le sue ingegnose indicazioni, con malavoglia e nessuna convinzione: senza nemmeno più la forza di formulare un pensiero.

Ma la capanna invece fu provvidenziale nei giorni che seguirono: si era aggiunto alle neve un forte vento: folate rabbiose che cambiavano direzione senza preavviso, come rotolando su di loro che, inermi, sapevano solo raggomitolarsi al suolo, per non farsi portar via.

E vi trovarono un qualche riparo, strisciando carponi dal buco che vi avevano lasciato.

Ma…il freddo…il freddo! Tanto che la prima mattina al risveglio, qualcuno che aveva lasciato il moschetto appoggiato alla capanna, ne ebbe quasi ustionato la mano mentre tentava di afferrarlo !

Tanti tentativi – in quelle ore – per ristabilire con il telefono da campo una qualche comunicazione ma ne erano uscite solo, ed ogni tanto, inframmezzate da suoni e scricchiolii, rumori di fondo che spezzettavano ogni indicazione.

  • Ehi!…tu con quella radio…prova ancora! –
  • Ci ho provato! Ci ho provato ma…niente! Siamo tagliati fuori da tutto, oppure stà scatoletta non funziona più: forse si è gelata anche lei

Poco distante, appoggiato a due compagni, Il soldato si accorge che uno di loro ha gli occhi sbarrati, mentre fatica a respirare, ad ogni secondo più pesantemente. Da giorni si lamentava di avere male alla gola ma nessuno gli aveva dato retta! In quelle condizioni, un mal di gola…non lo stavano nemmeno ad ascoltare! Però adesso, il soldato non può più far finta di niente…Lo tocca, la pelle che scotta, ed ormai il respiro che riesce ad emettere è solo un sibilo.

E sono qui, sepolti vivi…o quasi, e teme, per poco tempo ancora.

  • Riprova…riprova…cerca di parlare almeno con un dottore! Guardalo… sta male, sta male davvero! –
  • Ma cos’ha…secondo te? Ci capisci qualcosa tu?
  • A me sembra che abbia qualcosa in gola…ma non saprei proprio dire cosa possa essere. …. Oltretutto , non mangiamo da giorni…porch….!

Ora si sono avvicinati tutti, smarriti, ma incapaci di provare alcuna pietà. Eppure…quel soldato…quello che fra loro sembra l’unico che ancora ragioni è l’unico che sembra provarla, quella pena che tutti loro hanno dimenticata.

E l’uomo addetto al telefono ora riprova, con più impegno a girare e girare la manopola per intercettare almeno un suono. E finalmente una voce…poche parole spezzettate.

Dove siete?…. Chi siete….

Rumorri indistinti e per parecchi minuti alcune parole a metà:

Siamo…in mezzo al niente! C’è bisogno di un dottore…(rumori di fondo, fischi e scricchiolii) fateci parlare con un dottore! –

E’ il soldato ora che ha preso in mano l’apparecchio senza però smettere di fissare il compagno il cui respiro sibilante ormai è continuo. Finalmente una voce e chiede cosa stia accadendo e perchè un dottore.. Frasi ormai febbrili, inframezzate da interruzioni e lunghi silenzi.

Faticosamente la conversazione, tra silenzi e rumori, avviene fra lui ed un medico che chiede precisazioni circa quel respirare sibilante dell’uomo ormai cianotico e che sembra espandersi e cozzare contro le pareti di quella specie di” igloo” rudimentale. L’ attenzione di tutti è ormai focalizzata solo nel cercar di aiutare il soldato ad ascoltare istruzioni e parole in un gergo medico, che nessuno capisce! Infine…:

  • Incidere?….? Ma dottore…non sono un medico!
  • Soldato ascoltami: se non fai niente, il tuo amico muore…muore soffocato! Scegli!
  • Ma…incidere con cosa…e dove…
  • Hai la baionetta, passala sopra una fiammella;
  • Potete farlo? Altrimenti…incidi lo stesso, tanto…muore egualmente se non ci provi!-

Un po’ di fortuna e la linea sembra migliorata, anche se a tratti si perdono parole, intere frasi…e bisogna ripetere. Nessuno parla più. Compare da una tasca della giubba una scatole di fiammiferi. Si saranno bagnati? Si accenderanno?

Ora i componenti del misero gruppo si guardano fra loro e tutti hanno capito: ci vuole qualcosa da bruciare! Ma cosa, in quell’inferno di ghiaccio e di vento?

Uno di loro, con un sorriso che appare una smorfia fruga nel tascapane e ne trae una busta stazzonata ed altre lettere, uno dopo l’altro, maneggiate quasi religiosamente come fossero un talismano, in breve s’ammucchiano dentro un elmetto,. Dovranno bastare. Sono lettere da casa e privarsene è un dolore lancinante.

Dall’esterno dell’improvvisato rifugio, solo il fischiare del vento, a tratti, e subito dopo…il silenzio…il silenzio che produce la neve che continua a riversarsi dal cielo. All’interno, un’altra specie di silenzio greve, interrotto solo dalle poche parole che il soldato ed il medico, riescono a scambiarsi, le frasi inframmezzate da invisibili rumori nell’etere. L’attenzione di tutti è palpabile, disperata, mentre il soldato si accinge a seguire quelle indicazioni spezzettate e tutti ormai capiscono: un’esitazione significherebbe in ogni caso la morte dell’amico.

Inciso, il bubbone all’interno della gola s’è scaricato, e sangue, frammezzo al pus che esce dalla ferita, dalla bocca…E sembra che sia arrivata la fine ma…ecco non più il disperato affanno di pocanzi, ma un respiro, un vero respiro!

Il malato s’accascia, dopo aver teso spasmodicamente i muscoli irrigiditi. Forse è salvo. Respira. Con l’aiuto del soldato, ancora lordo di sangue infetto, i commilitoni cercano come possono di ripulirlo un po’.

Ed ora di nuovo il silenzio che entra dal foro dal quale erano entrati ieri, poi stoppato con qualche zaino.

Il soldato ha ancora la baionetta lorda in mano e la guarda, e guarda l’amico e poi – uno ad uno – tutti gli altri che a turno, si spostano quel poco che serva per battergli una mano sulla spalla.

Ed esce, il soldato, nella tormenta, lava la lama della baionetta con la neve. E respira, a grandi boccate l’aria gelida e la neve che l’investe, di nuovo furiosa di vento, mentre domina un conato ed accoglie sul viso rivolto al cielo scolorato le larghe falde che lavano, forse, lacrime.

Il soldato era mio padre. Questo episodio fu l’unico – riguardante la guerra – che in una di quelle notti a far compagnia alla mamma che cuciva sotto la lampada abbassata sopra i suoi piccoli punti così precisi, volle raccontare, con frasi sommesse, spezzettate, con parola a volte appena sussurrate, mentre io – poggiato il capo alle braccia conserte sulla tavola – sembravo addormentata.

in piedi a destra
l’unico che non ha il fucile
le uniche che si siano salvate, trovate in una scatola nel fondo di un cassetto, forse messe via dalla sposa

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22 risposte su “Inconsapevoli eroi”

dopo aver avuto il coraggio di rileggere, sento il bisogno, la necessità, Barbara mia, di ringraziarti,anche per le foto che hai trovate, chissà dove di quella neve e di quel coso – somiglia ad un igloo, così simile a quello che doveva essere, di quel racconto. In questo mese, doloroso di ricordi, sappiamo che LORO, riescono ad esserci più vicini che in altri peiodi dell’anno. dev’essere così, poichè non sono mai riuscita nemmeno a parlare con nesuno di questo ricordo, così lontano nel tempo, ma mai dimenticato, come hai visto. Il mio post vuol solo essere un ultimo omaggio, forse in risposta al tuo “un uomo”! Volevo che dopo ciò che hai così ampiamente descritto e quasi una disamina, comparisse qui, fra coloro che ci seguono, l’altro uomo, quello che ho conosciuto io: il mio babbo!

Barbara ha ragione, come si fa a commentare. Ero lì, con il gelo, la malinconia di casa, l’ansia e la paura, tutti sentimenti che si sono alternati in me durante la lettura.
Ero con il tuo papà quando ha aperto il vasetto di marmellata , quando si sono riparati dal gelo, quando ha dovuto incidere la gola del suo compagno.
Sto piangendo, sono lacrime sane in questo periodo. Quanto amore si legge tra le righe.
Bravissima Serena

Che commento, il tuo, Erminia! E’ da una vita che questo racconto era dentro di me, raccolto per caso, durante quella sera! Per fortuna ero piccola, e non ho compreso allora, tutto lo sgomento di una situazione, per me oscura allora, ma che non mi ha mai più lasciata! Ho dimenticati interi pezzi della mia vita…ma non questo. In una notte di allora…l’ascolto, in un soffio, ho udito… e per fortuna, non compreso appieno. Ma oggi…anzi, nei giorni appena trascorsi, in questo novembre doloroso per noi- e per tante ragioni – il ricordo è riaffiorito, riapparso come a chiedermi di fermarlo con le parole, nella memoria che pochi giooni fà, Barbara ha voluto onorare il la memoria di quel mio babbo. Grazie cara…!

Naturalmente grazie, per aver apprezzato il mio scritto, cara signora Barbara ma…non ho descritto, non avevo intenzione di farlo, l’amore che il mio babbo si è saputo guadagnare, quando finalmente gli Eventi gli hanno permesso di fare il padre! quello è un altro capitolo! In realtà non mi è del tutto chiaro il motivo per il quale ho voluto scrivere qui, su questo piccolissimo spazio che ci è concesso, forse un ricordo – non direttamente mio perchè carpito mio malgrado – forse solo per il dolore, la tristezza, la paura di un futuro improbabile, di questi tempi durissimi che – proprio perchè tali – io e la mia figliuola ci troviamo ad affrontare e completamente da sole! Forse, e dico forse, la mia smania di scrivere che mi accompagna da sempre che io ricordi, è il solo modo di cui dispongo per estraniarmi da una realtà che mi fa paura. Ma, grazie, come ho già detto, di essere qui con noi, anche se lontane: so, conosco il suo cuore.

Grazie Alma Serena, ricordo i racconti di mio padre che la guerra l’ha vissuta da bambino, da orfano.
Grazie per i tuoi racconti così vividi

Grazie a te, Cristina! ti confesso che – proprio per il momento di dolore, paura e pericolo – che stiamo tutti vivendo…mi sono chiesta parecchie volte, se fosse il caso di postare…Ogni volta che lo rileggo, quel mio post, mi vengono ancora i brividi! Ma alla fine…ha prevalso il mio desiderio di dare un’altra immagine di quel mio babbo…proprio e solo come il mio…babbo! Davvero che io, figlia, non sono mai stata nè capace nè tentata, di scrivere la vita di Alberto…così, come una disanima…come ha fatto Barbara! Quando ho letto il suo post precedente…quasi non lo riconoscevo! Forse perchè ho vissuto fino ai 6 anni senza averlo, senza nemme o conoscerlo alla fine..io sapevo solo che la mia mamma, non faceva che piangere! Quando tornò, non lo conoscevo affatto e se poi l’ho amato tanto, è perchè mi sono sentita così tanto amata. Grazie comunque, di essere qui con noi.

In tempi come quelli quando gli uomini erano veramente uomini ci rendiamo conto del valore della nostra vita…per la mia generazione solo l’ascoltare di queste storie ha colmato il cuore di vera felicità sebbene durissime e col sentore di sofferenza addosso… E nel guardare quelle foto riconosco anche i miei avi ed una grande nostalgia mi assale lasciandomi però felice nel leggerti…un abbraccio… Gabriele

ripetitivo ormai ma…grazie! Grazie a te Gabriele per essere sempre qui con noi: una ristretta cerchia di amici che condividono! La parola “AVI” mi ha fatto riflettere: io pure sono fra quelli! ahahahah! Ma per me, in quelle foto e nel ricordo che ho descritto – al mio meglio – c’è ancora la vita! Perchè finchè c’è chi ricorda, Essa esiste. Grazie per l’apprezzamento, il mio scritto voleva solo questo: ricordare!

Come sempre un bellissimo ricordo e scritto talmente bene che sembra di essere lì in marcia con loro..
Nel leggere mi viene in mente mio zio Mino, che è rimasto 7 anni in Russia e che è tornato a piedi con i pochi compagni .. quelli rimasti del battaglione iniziale .
Chissà quanti aneddoti potrebbe raccontarti Dario.
Dovresti proprio scrivere un libro di ricordi.

Grazie Anna! sopratutto per l’affetto che spandi attorno a te, a piene mani, senza risparmiarti! Un libro di ricordi, dici? Non credo, perchè sono troppi quelli che ancora oggi – nel rinovellarsi – creano in me tanto dolore. E forse è proprio per ripararmene, da questo dolore, che spesso mi rendo conto di aver cancellato del tutto così tanta parte del mio vissuto, e solo ogni tanto, il ricordo appunto, senza che io lo voglia, mi torna vivido nell’anima! So bene, tutta la sofferenza del papà di Dario! Forse per questo Dario non amava parlarne.

Grasie cara! Sopratutto di essere qui con noi! La lontananza è dolorosa e difficile, sopratutto in questo momento e forse più di allora, quando il mio babbo non l’ho conosciuto che dopo i miei primi sei anni! Ora ad esempio, costrette come siamo Barbara ed io – per proteggerci l’una con l’altra-dobbiamo accontentarci di vederci solo attraverso un computer! A presto, amica cara…

Oh! Gabriella! Non sai che brividi ho provato io, mentre scrivero, sforzandomi a trovare dentro di me il coraggio di immergermi ancora una volta nel ricordo di tanta sofferenza. Ma in questo periodo così terribile per tutti noi, sentivo il bisogno anche nel solo ricordo di riavere con me il mio babbo che purtroppo ha avuto così poco tempo – dopo – per donarmi tutto il suo grande amore! Grazie di condividere ogni volta!

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