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albero buco il mestiere di vivere ricordi di guerra

Il Maialino di Tisìn

(dove si narra del coraggio di due vecchi che salvano una casa e tante persone )

Si era in tanti, in quella grande casa colonica che ospitava alla meglio famiglie intere, fuggite dai bombardamenti della cittadina vicina, a pochi chilometri da Bologna, attraversata dalla via Emilia e sulla quale il fronte, che risaliva in disfatta, si accaniva da mesi. Ci si chiamava quasi tutti con lo stesso cognome dei padroni di casa, parenti più o meno vicini e rifugiati lì, nella grande casa isolata in mezzo ai campi.

Nonostante i “grandi” non parlassero mai davanti a noi bambini della guerra, sapevamo, immaginavamo che qualcosa di terribile e pericoloso stava accadendo, specialmente quando gli stormi degli aerei passavano sopra di noi, producendo, man mano che si avvicinavano, un lugubre rombo assordante. Confusamente capivamo che stavano portando morte e distruzione da qualche parte, quando avrebbero sganciato il loro carico di bombe.

Ne avevamo solo sentito sussurrare da poche frasi spezzettate degli adulti che si tacevano subito, con un’occhiata d’intesa, appena s’accorgevano che qualcuno di noi poteva sentire.

I più svegli, o i più grandicelli poi ne facevano il racconto, slegato e poco comprensibile agli altri, che capivano solo che c’era pericolo. Questo non c’impediva di alzare gli occhi al cielo, ammirati nonostante tutto, da quegli strani uccellacci che solcavano il cielo, faticando a comprenderne il significato di un pericolo che non afferravamo del tutto. Solo a volte, quando gli aerei ci sorvolavano lasciandosi dietro i boati delle bombe sganciate, là verso Bologna, correvamo, trascinati dai parenti spaventati verso un campo poco lontano dalla casa dove un grande covone di stoppie simulava una profonda buca nella quale ci si rifugiava in attesa che la tempesta di fuoco passasse oltre.

Molti anni dopo, ripensandoci, mi resi conto che quel piccolo rifugio al centro del campo era una ben misera difesa! Non mi persuasero mai ad entrarvi: mi faceva più paura delle bombe, e così il mio nonno Luigi mi faceva accoccolare dentro un fosso d’irrigazione, a fianco dei gelsi che si allungavano alternandosi fra un campo e l’altro, a sostegno dei tralci delle viti .

Se lui non aveva paura…non ne dovevo avere neppure io! Questo pensavo mentre mi appiattivo meglio sul terreno.

Quel giorno, erano forse le due del pomeriggio, nessun aereo in cielo, e la vita della fattoria scorreva con i suoi soliti ritmi: la terra non la si può abbandonare e rappresentava – in quegli anni – la sola sopravvivenza di così tante persone rifugiate lì! E lo ricordo, quel tal giorno….!

Un ragazzino che corre verso casa a perdifiato gridando pieno di spavento: viene dai campi dove forse stava giocando – i tedeschi….ci sono i tedeschi! – Li ha visti in lontananza, dall’alto di un albero di albicocche sul quale si era arrampicato nel giuoco, ed è corso verso il cortile gridando.

Ne segue la confusione più disordinata: molti fuggono verso la casa, altri gridando l’avvertimento che passa di bocca in bocca ma nessuno sa cosa fare, dove andare.

Nonno Luigi, calmo come al solito, prende in mano la loro paura e grida a tutti di salire nel granaio, zitti e fermi, che nessuno fiati! Non c’è tempo per correre al rifugio: dalla strada i soldati potrebbero vederli.

In pochi minuti la corte è deserta ed è una fortuna, perché un piccolo manipolo di soldati, fucili spianati, sta attraversano il cancello sempre spalancato perché distrutto da tempo.

Sono quasi tutti dei ragazzi. Laceri, sporchi e forse più spaventati di noi. Nonno va loro incontro, solo ed apparentemente tranquillo. Se ha paura – e deve pur averne – non traspare né dal volto né dall’atteggiamento. Fermo a pochi passi della soglia, aspetta, non una parola, mentre i soldati stanno abbassando un poco i fucili: forse increduli ed intimiditi da tanta calma.

Un paio di loro entra nella stalla dove ruminano quietamente un paio di buoi quieti ed inconsapevoli e che servono per il lavoro nei campi assieme alla mucca che fornisce il latte per i piccoli.

Sparpagliano svogliatamente le balle di fieno ammucchiate in uno stallo vuoto: sperano di trovare qualcuno? Cercano armi nascoste? O forse cercano solo di trovare da mangiare.

Nonno Luigi lo indovina dai volti emaciati che parlano solo di fame. Probabilmente sono sbandati che tentano di scappare, su, verso il nord, dove immaginano forse di ricongiungersi all’esercito in ritirata. Quello che sembra il capo manipolo fa segno ai suoi di fare il giro della casa, ma senza convinzione. Si vede da come si muovono che sono allo stremo delle forze.

Mangiare! Fanno segno con la mano portata alla bocca di voler mangiare. E nonno li fa entrare nella grande cucina dove la nonna “piccina” che non ha voluto fuggire con gli altri per restare accanto al suo uomo, sta già accendendo un fuoco nel camino. Ha capito subito cosa vuole fare il nonno: fra loro, sposi da una vita, non c’è mai stato bisogno di molte parole.

In cantina ci sono le poche cibarie che si sono potute raggranellare e nonno Luigi teme proprio che qualcuno possa trovarle – anche se sono ben nascoste – ed a gesti, mimando l’atto di bere vi si reca lui stesso con alcuni bottiglioni vuoti. Quasi nessuno parla, si guardano solo intorno: gli occhi arrossati di stanchezza e di paura, ormai già reggendo i fucili senza più alcuna convinzione.

In quello stato è pericoloso permettergli di ubriacarsi e basterebbe anche un solo bicchiere ,

così nonno spilla da una botte il “vinello” così chiamato perché è l’ultima spremitura, e pochissimo alcolico, quello che si usa allungandolo ancora con l’acqua del pozzo, per dissetarsi.

Rientra dalla cantina con i bottiglioni pieni : la nonna intanto ha messo sulla tavola alcuni di quei grossi bicchieri di vetro che stavano a scolare nell’acquaio mentre con un’occhiata d’intesa col nonno alimenta il fuoco dentro al camino dove le prime braci stanno già arrossando.

I soldati non comprendono ciò che a gesti nonno vorrebbe far capire e quindi si mette davanti alla grande madia di legno che contiene la farina. Uno sguardo alla sua sposa che sistema meglio le braci che sfavillano mentre, presto presto, lui impasta e distende con il mattarello le prime piadine che vengono messe sul “testo” posato sul fuoco dove le fiamme si sono abbassate rosseggiando, divorando la legna piccola che ha preso fuoco.

I soldati, ormai calmi e strascicando gli scarponi chiodati, s’avvicinano ricevendo dalle mani sporche di farina il pane ancora bollente, divorandolo in fretta, scottandosi le dita con gesti che li fanno sorridere. Non una parola fra loro, solo occhiate furtive e quasi colpevoli: in fondo, noi siamo i loro nemici e sono qui per ucciderci! Ma la calma rasserenante del nonno che continua ad impastare cancella ogni pensiero di violenza.

Avevano solo fame! Tanta fame!

Trascorre molto tempo in quel modo: nonno alla madia, impastando e ”tirando le piadine” attento a non fare alcun gesto che possa essere mal interpretato e la nonna che le cuoce con gesti esperti e precisi: prima da una parte e poi dall’altra. Ogni tanto – solo un incrociarsi di sguardi fra loro, ma appena accennati, come di nascosto e solo per rassicurarsi l’un l’altra.

Dal cortile, nel silenzio si avverte il chiocciare delle galline, ed un soldato, sorride: forse sta rammentando altre case come questa, altre galline che pacificamente continuano a cercare nel terreno, forse un chicco sfuggito, un verme nascosto nella terra….

Per ora il pericolo è passato, almeno quello immediato che questi soldati potessero distruggere, cercando a man bassa, tutto ciò che trovavano per soddisfare la fame.

In quest’ora la guerra pare lontana, un’incubo di sofferenze insensate e d assassine. Dal solaio non arriva nemmeno un sussurro, uno scricchiolio, una voce, o sarebbe la fine!

Tutti rintanati e pieni di paura, mentre i due vecchi stanno salvando la casa e forse la loro stessa vita.

Il soldato che sembra il capo, con un gesto appena accennato di ringraziamento si sta già rimettendo il fucile in spalla, e con poche parole abbaia un ordine in quella lingua dura e sconosciuta,verso i suoi compagni.

È finita! Forse è finita ma dal retro della casa arrivano imprecazioni e strilli che sul momento paiono umani: un soldato rientra dal retro ed attraversa la cucina con un maialino in mano.

Se lo vuole portar via! Subito dietro la nonna “piccina” che grida a sua volta, cercando di riprendersi il suo maialino urlante! Nonno la guarda spaventato davvero questa volta ….

Tisìn….smettila…lasciaglielo portar via…-

Ma lei non lo ascolta nemmeno, continuando a lottare con il soldato, tirando il maialino guizzante ed urlante tenendolo per il codino: “e ninen no! e ninen pu’ no!”

Il maialino no…il maialino poi no!

Potrebbe essere il disastro e neppure nonno ormai sa più cosa fare. Guarda quella sua vecchia sposa, fedele fino al sacrificio di sé per tutta la loro vita assieme e che, incurante del pericolo, difende il lattonzolo dell’ultima cucciolata che continua ad emettere grida di terrore: è chiaro che non permetterà che glie lo portino via. Ha pur dato loro da mangiare tenendo a bada ogni paura, seguendo con lo sguardo i gesti del nonno!

Oltre all’attaccamento di ogni contadino per gli animali che costituiscono la sua sopravvivenza, ora scoppiano finalmente tutta la rabbia e la paura delle ore appena scorse e che ha celato all’ombra del grande fazzoletto che le ombreggia il viso.

Sembra un uccellino, piccola donna silenziosa ma che ora appare come una furia!

La scenetta che si sta svolgendo nella grande cucina è tanto ridicola e divertente, nonostante tutto, che il capo nasconde a malapena un sorriso, mentre con una manata sulla spalla fa segno al soldato di lasciare il maialino che ora, folle di terrore, tenta di fuggire, con la nonna sempre attaccata al suo codino mentre cerca di acchiapparlo.

Quel pomeriggio, poteva essere un pomeriggio di morte. Uno dei tanti, dei troppi episodi che la follia umana riesce ad inventare.

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21 risposte su “Il Maialino di Tisìn”

Ma quanto sei brava! Pur conoscendo l’episodio, come sempre accade quando leggo i ricordi di famiglia da te narrati, è come ascoltare un racconto nuovo, sconosciuto. Tensione durante la lettura del corpo centrale, che si scioglie in una risata finale. Se ti azzardi a dire che sono complimenti di parte…te mato!

ohhhhhhhhhhhhhhh! In ogni caso, un ringraziamento per quel “sei brava” questo devo accettarlo, perchè il cuore mi si lacera nel rimpianto che anche il mio babbo, il tuo nonno “preferito” come usi dire per scherzo, forse l’avrebbe detto a sua volta ? Rimpiango così tanto, che se ne sie andato così presto ed oltretutto – per colpa di tutti quegli anni che ha vissuto al fronte – ho avuto così pochi anni poi, per godermelo ed anche – forse – perchè potesse sapere che – almeno in parte – avevo ereditato da lui la sua genialità di narratore! Quanto a te, io pure, che quella giornata l’ho vissuta – come tante altre del resto – ho dovuto frenare dietro gli occhi lacrime che volevano disperatamente uscire. Ma non per il ricordo della paura di quei giorni…che era un fatto naturale allora, ma per come in questo raccontino ne ho “rivisto” i miei nonni ed emergere il loro coraggio che non era solo tale, ma era invece Amore! E questa magica parola la estendevano dovunque attorno a sè…con poche parole ma con i fatti. Grazie, Barbara mia!

Alma, sei sempre stata brava uciaad esprimere i sentimenti sia che li mettessi sulla carta sia che lo facessi su un palcoscenico! Un abbraccio caro amica mia. Lucia R

grazie cara Lucia….ma non solo per questo commento, o per essere qui con me e mia figlia ma…sopratutto, per come mi avete accolta. in quei giorni, senza chiedermi mai nulla, e fingendo di non vedere….le mie insicurezze di quel periodo! L’ho già detto, mi pare, che mi avete salvata la vita, con il vostro modo di “essere” e con il Teatro nel quale mi avete accolta!

Serena, sei incredibile quando scrivi. Io ero proprio in quella cucina, con la nonna che tirava il maialino e il nonno preoccupato ma anche orgoglioso per quella moglie fragile e tenace. Adoro i tuoi scritti .

grazie…mia cara, piccola perchè io così Erminia….perchè è così che io mi ricordo di te! Ed ancora grazie per le tue parole di apprezzamento. Se è vero, com’è vero che la vita mi è stata piuttosto “matrignia-” ( ma non sono mica da sola in questo ) ti confesso che stamani leggendo sul blog di quei miei nonni incredibili…mi sono commossa, come stessi leggendo qualcosa scritto da altri! Un abbraccione.
mamma di Barbara

questo…: come sempre….mi piace sentirmelo dire! Se è vero, com’è vero che da sempre mi è piaciuto scrivere…devo confessare che ora, proprio ora, in questo momento così pericoloso ed almeno per me – doloroso perchè mi vieta di poter vedere mia figlia – lo scrivere come faccio io…così…a briglia sciolta come si dice, mi salva la vita! Quando mi metto alla ttastiera non ho più bisogno di..pensare…o di temere…perchè cuore e mente mi scappano di mano per vivere – esse, da sole – una vita tutta loro. Io sono solo un’emanuense al loro servizio!

Il maialino corre, come il vento della guerra che scroscia sulla pianura nuda e cruda ,mentre la nonnina inamovibile e perseverante vince la sua guerra di fame ,
di famiglia ,
di terra ,
di donna ,
di moglie ,
di nonna…..

Grazie…in poche parole hai compreso molto più di quanto io abbia saputo scrivere!che dire, se non grazie? Sai, …sono vissuta in una casa nella quale l’arte dello “scrivere” era quasi più importante della bibbia di famiglia! Se il DNA significa qualcosa…beh! la mia nascita in quella casa me l’ha confermato.

Ripetitivo da parte mia … ma…grazie! E’ un complimento che gradisco tanto! Del resto, sono figlia di uno scrittore…al quale poi la guerra ha tarpato le ali Ma…non per nulla chiesi – avevo 7 anni – ad un altro vero scrittore – amico intimo di casa – di scriverea a macchina per me, che ancora non sapevo farlo , quelli che furono i i primi versi della mia vita e da allora non smisi mai di comporre con le parole lo scorrere, a volte l’irrompere dei miei sentimenti. Ed ora, grazie a mia figlia che ha inventato per me questo blog…mi godo fino in fondo la gioia del “condividere”!

Che bello ciò che dici…caro Davide! Forse – che’ “mi si è fatto tardi”, come si dice – nella prossima vita, potrebbe anche accadere! Per ciò pprofitto in questo terribile momento di chiusura totale, di scrivere quanto più posso….e per me, questo, si stà dimostrando una grande “medicina” per sopportare, come tutti noi, la Paura. Non parlo dell’annullamento sempre possibile e già scritto ma, dell’appiattimento del SENTIRE!

Grazie cara Cristina! Se riesco – anche per pochi momenti – a cancellare attorno ad un’amica questa paura dell’ignoto che ci attanaglia ormai tutti…allora significa che sono riuscita a trasmettere – almeno in parte – qualche momento di serenità.

vero! Proprio vero…cara Luisa! Non so che altro dirti se non…grazie! Tu sai che persone erano i miei nonni…e mi faceva piacere che anche qualcun’altro potesse conoscerli! Sai, Barbara mi ha detto che dovrà fare un’altra collana intitolata proprio: LA CASA DELL’ALBERO BUCO! Pare che le cose più belle della mia infanzia…mi siano accadute da voi! E la fortunata sono io, che tramite i miei nonni, ho potuto vivervi…tutti…anche quelli che da tempo non sono più con noi. Ma…e ne sono certa, ci reincontreremo…prima o poi! Grazie Luisa, di esere sempre qui…

Incredibile come una bambina o bambino che sia possa non percepire il pericolo durante la guerra, e di come possano aver fatto i nostri nonni e genitori per sdrammatizzare il tutto, mi ricorda il film di Benigni, dove ha fatto vivere il figlio durante una guerra come fosse un gioco dove avrebbe vinto il carro armato, non propio così ma l’ha vinto veramente alla fine.
Lei è propio una artista, e le faccio i miei complimenti.

Poi anche i rischi per aver difeso il suo maialino, ma ogni essere umano capisce che se gli è stato fatto del bene non avrebbero fatto del male ai nonni per nessun motivo, li avevano appena sfamati e loro in ogni caso gli sono stati grati, anche nel tentativo di portare via il maialino di tisin lasciandolo stare.

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