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ricordi di guerra

Il coraggio di Tisìn

La strada si snoda fra i campi assolati mentre, sulla mia biciclettina azzurra – probabilmente ridipinta a mano per renderla meno malandata – ci avviamo, la mia nonna Piccina ed io, alla grande casa rossa di mattoni a vista, la stessa che ci aveva ospitati assieme a tante altre famiglie mentre il fronte avanzava.

Pochi passi dietro di me – che pedalo adagio divertendomi a passare sui solchi profondi lasciati sulla strada dai carri armati tedeschi – il passo svelto della nonna Teresa, che tutti chiamano “Tisìn”.

Per tutti è sempre stata “Tisin” perché da noi, in Romagna , si è sempre usato storpiare i nomi oppure dare un soprannome alle persone. Così il mio nonno Luigi era per tutti Gigiaia, oppure Domenica diveniva Minghina, e ancora, lo zio scapolo di casa veniva sempre chiamato Zio’…e così via, con appellativi fantasiosi ma – chissà come –sempre appropriati. Questo nomignolo descrive così bene la mia nonna, piccina e magra come un fringuello, sempre indaffarata nel suo compito principale che è il benessere di tutta la sua famiglia della quale si prende cura: silenziosa ed attiva non chiede mai nulla ed è chiaro anche a me – ancora bambina – che non c’è bisogno di parole fra lei ed il suo Gigiaia, che viene anche prima di Dio.

Nel pomeriggio assolato, come tante altre volte avevamo fatto (La mia “nonna piccina” come tutti poi l’abbiamo chiamata ) percorriamo quei pochi chilometri che ci separano dalla cittadina alla località detta dell’ “Albero Buco”. Quel luogo- posto in un quadrivio- prende il nome appunto da un albero di gelso completamente cavo all’interno ma verde e rigoglioso di chioma, menzionato anche sulle cartine stradali della zona.

La provinciale sconnessa, i segni delle bombe ancora aperti vicino al canale accanto, ora è deserta. Ai lati campi coltivati che in quest’ora del primo pomeriggio sembrano riposare, silenziosi e quasi solenni, dove nemmeno un alito di vento scuote i pampini delle viti, o le tenere foglie dell’erba Spagna, o i fusti già alti del granoturco che ingiallisce nelle pannocchie dorate.

A tratti mi giunge la voce della “Nonna Piccina” che m’invita ad andare più piano, ad aspettarla. Avrei voglia di pedalare più in fretta, ballonzolando sulle tracce dei cingolati passati da lì, ma rallento e mi volto appena “va bene, scusami nonna”.

Piccola ed apparentemente fragile, vestita di scuro come sempre, e come sempre il fazzoletto nero a fiorellini bianchi strettamente allacciato sotto il mento; nella destra, la grande borsa a riquadri di pelle colorata che le serve anche per fare la spesa e che pare enorme per lei.

L’aria è rovente ma lei pare non accorgersene, così tutta vestita di scuro. Ecco il bivio detto “della Madonnina” una minuscola icona muraria sul ciglio della strada con un’immagine di Maria e del piccolo Gesù. I vecchi mattoni s’intravvedono appena, coperti come sono dall’intrico lussureggiante dell’edera che ricopre la pluricentenaria cappella votiva. Ma ecco che in lontananza romba quel rumore sordo anche troppo noto: ancora non si vedono gli aerei ma dal cielo il tuono è sempre più forte, più vicino e minaccioso.

La paura, quella paura anche troppo conosciuta m’immobilizza, ancora seduta sul sellino della mia biciclettina. Dove andare? Dove rifugiarci? Non un casolare nelle vicinanze. Ci fosse almeno con noi il nonno! Anche le piante di vite nel campo vicino sembrano tremare e questo sole che splende alto nel cielo, rendendoci così visibili! Intanto la formazione degli aerei si avvicina: sembrano corvi neri pronti ad uccidere. Il rumore, quel rumore che ti percuote fin dentro il corpo, facendolo vibrare. Sono come paralizzata, esposta come non mai e non riesco nemmeno a muovermi. Muovermi…ma per andare dove? Solo campi assolati attorno a noi ed il silenzio dei piccoli rumori della terra, che sono spariti.

La mano piccola e dura della nonna Piccina mi afferra per un polso, trascinandomi quasi a forza oltre la strada, dentro un campo di mais. Gli alti fusti taglienti mi frustano dovunque, s’impigliano nei capelli, attaccandosi alle mie treccine.

Avanti, ancora avanti, ora mi spinge, ora mi trascina, e le foglie mi segano la pelle della faccia, delle braccia, sulle gambe nude. La paura mi spinge e, senza chiedermi dove andiamo e perché, mi lascio spingere. Ormai il cielo è punteggiato di aerei rombanti ed a me pare persino che stiano cercando proprio noi due, nascoste dalle piante alte ed accucciate fra le zolle dure. Quel rombo continua, sembra ingrandirsi sopra ed attorno a noi, cancellando ogni altro suono. La nonna si toglie il fazzolettone dalle testa e me lo mette ben stretto attorno alla testa , poi mi stringe contro di sé, tappandomi le orecchie. Trattenendo le lacrime contro il suo petto ho un solo pensiero: “se solo ci fosse il nonno!”

Non mi ricordo di aver avuto da lei molte carezze, nella mia infanzia di guerra, ma quel gesto è poi sempre rimasto dentro di me, più eloquente di qualunque affettuosità.

Un boato…ed un altro e molti ancora che seguono nel frastuono più spaventoso. Poco lontano sganciano bombe sulla grande costruzione della Ceramica. La terra trema ed è un tremore di morte, mentre cerchiamo di accucciarci sempre di più, sperando di confonderci nel folto.

Non so più quanto tempo sia trascorso, così tutta raggomitolata nel grembo della piccola donna coraggiosa e che a noi è parso infinito; da lei nemmeno un lamento.

Lo stormo è passato oltre, dove qualcun altro vedrà distrutto il frutto di lavoro di tutta una vita; dove così tanti non potranno altro che cercare fra le macerie e forse lanceranno verso il cielo i pugni chiusi ed una bestemmia di disperazione.

Il silenzio del meriggio ora è tornato e tutto sembra come prima. Le cicale impazzite di calore friniscono assordanti nell’aria immobile sotto il sole, insensibile ai miei occhi di bambina che non comprende.

La nonna Piccina mi ha tolto dal capo il suo fazzolettone e si affretta e rimetterselo in capo, mi guarda, e nei suoi occhi dal colore così strano, fra il verde ed il bruno, vedo ora la preoccupazione per la paura che ci è appena toccata: “prendi la bicicletta, che andiamo per i campi”.

Mi sento rassicurata della sua calma, ma non riesco a salire sulla bicicletta e la porto a mano lungo un tratturo pianeggiante che abbiamo imboccato : mi tremano le gambe. Forse per sdrammatizzare lo spavento di poco fa, la “nonna piccina” mi chiede se può provare a pedalare…lei che non ne è capace…! Un goffo tentativo ondeggiante la porta subito ad appoggiarsi ad un albero rinunciando ad andare oltre e provoca la mia risata spontanea di bambina.

In lontananza, ecco la grande, solida casa dell’Albero Buco: sono tutti là, nel cortile davanti alla casa, spaventati per i rumori assordanti del bombardamento appena udito, così vicino…così vicino! Erano tutti preoccupati per noi. Sapevano che dovevamo essere state per strada. Il nonno Luigi per primo ci corre incontro, mi fa una carezza rude sul capo e fissa intensamente negli occhi la sua sposa, così piccola e coraggiosa, in un muto inumidirsi di quegli occhi cerulei ma sempre così giovani. Eravamo salve… Nella grande cucina tutti s’affollano attorno a noi, ansiosi, ancora spaventati ma felici di guardarci, illese ed apparentemente tranquille. Minghina mi prende la mano, chi io allaccio subito alla sua, forte ed indurita dal duro lavoro, e mi porta verso il pollaio, dietro la casa: “andiamo nel fienile, ho sentito stamattina una gallina cantare: ha fatto certamente un uovo, sentirai com’è buono…fresco fresco!”

Allora non ci pensai, ma oggi, riandando con i ricordi, apprezzo immensamente la fermezza ed il coraggio di quella piccola donna sempre silenziosa che tutti chiamavano Tisìn.

la nonna piccina, già bisnonna
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32 risposte su “Il coraggio di Tisìn”

vero! com’è vero, cara amica! Comunque, trovarla sempre qui…e per prima…mi rammenta il tempo in cui abbiamo lavorato assieme, e….parlato…parlato…riversando l’una all’altra, quel poco di “Verità” che avevamo iniziato a vedere! quanto mi mancano, quelle nostre chiacchierate…! In questo periodo per me e mia figlia, di tanto dolore…posso almeno in questo Blog…riandare, ricostruire, ciò che a volte il cuore teme di aver dimenticato. Ma è vero: l’Amore non si dimentica, non si può…per fortuna!

grazie Maria Cristina…stamani, trovando sul Blog questo Post…( è mia figlia che si occupa di gestirlo ) l’ho riletto, e riletto…e mi sono commossa, come se non l’avessi scritto proprio io! Alle volte succede, o succede almeno a me , di ritrovare scrivendone, sentimenti che riemergono, forse più profondi del tempo lontano di cui scrivo!

grazie per l’apprezzamento, cara amica ma…non ho alcun merito se la vita mi ha circondata da persone che hanno saputo trasmettermi un amore grande, che non abbisognava di parole, e che pure hanno lasciato dentro di me il ricordo indelebile della parola AMORE! Del resto è facile narrare ciò che si è vissuto così intensamente.

grazie…grazie: in questo periodo così difficile per tutti noi, mi è così grato “sentire” attorno a me che queste mie parole trovano il cuore delle persone che mi leggono: ed è una grande consolazione che in questo momento così pericoloso e difficile da affrontare, per tutti, mi fa sentire un po’ meno isolata.

mi…confondi cara Valeria! però…un grazie…Per me che scrivo da sempre, in pratica dacchè ho memoria…i miei scritti sono per me come…dei “figliolini”!
Non ricordo di aver giocato con le bambole ma rammento però che a scuola, scrivevo di nascosto sui bordi dei libri…quando la lezione era noiosa! Ogni foglio di carta bianca era per me un invito!

Luciaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!! sapessi quanto parliamo di te, di voi tutti,,alla fine…di noi! E con quanta, quanta malinconia! proprio oggi ho iniziato a scrivere… del nostro…Spirito Allegro! ricordi?
un abbraccionissimo…fortissimol!
Almina…solo tu mi chiamavi così.!

che piacere mi fai…Giuseppe! quando ti trovo qui, è come un regalo per me, e mi aiuti a RICORDARE…gli anni più felici della mia vita. ricordi…ricordi…alla lunga età che ho ormai raggiunta, mi restano solo quelli eppure…ringrazio il mio Karma che me li ha fatti vivere, per poterli rivivere ora, sopratutto ora…in questo momento così triste! Grazie, delle parole che mi dici, e chissà perchè, parli della mia voce…ed io ricordo tanto bene il suo sorriso, la tua risata, e le tue “battute” pungenti ma sempre così argute!
ciao amico…TVB!

grazie cara! Per fortuna, allora, non compresi appieno il pericolo occorsoci! Ma i ricordi, specie in questi giorni terribili pe tutti, tornano,. e si mmassano. e premono nella mia Mente antica, e sembra che vogliano uscire e vivere! Forse – chissà – per lasciare un piccolo messaggio a questo nostro mondo impazzito! Ma la mia povera voce non sarà ascoltata, da nessuno, e continueremo, come stiamo facendo, verso una fine inevitabile, uccisa dall’egoismo, dalla crudeltà, dall’ignoiminia di questa povera..povera Umanità che si è smarrita.

sI…L’aMORE…questo sentimento misterioso ed a volte sfuggente, tanto che ci capita di dimenticarcene, soffocato dalle ambasce che ci strangolano. Ma…basta un attimo…un momento per ricordare ciò che sembrava essere sepolto da tempo, da qualche parte dentro di noi e così…riemerge, forse più nuovo, più forte e saldo, pur se velato di un po’ di melanconia.
…dimenticavo…Grazie, per essere qui!

Wow!! Alma mi è sembrato di essere lì con voi due in mezzo ai campi a scampare le bombe degli aerei. I suoi dettagli nel raccontare lasciano l’essenza che la caratterizza, non smetta mai di scrivere. Un saluto affettuoso.

Innanzitutto. Grazie! comunque, ad ogni “post” che esce…ad ogni amico che mi comunica le emozioni che riesco a suscitare…,devo dire sempre un Grazie a Barbara, questa mia meravigliosa figliuola che ha compreso immediatamente che mettermi in grado di poter scrivere… e non solo per me, sarebbe stata l’unico modo per non farmi soccombere al dolore, l’angoscia e la paura di questo terribile momento che viviamo: noi due – invero – mia figlia ed io ma…attorno a noi anche il resto del mondo…che ogni giorno di più a me sembra proprio “rotolare” verso il suo annientamento!

Con che piacere leggo queste emozioni che ho saputo descrivere – sono le sue parole caro amico – Ma…alla fin fine…dopo un “miliardo” di anni…, scrivendone, sentivo davvedro – come allora – le foglie del granturco così puntute che si attaccavano alle mie trecccine! e la mano dura ma tenace della mia piccola nonna che mi trascinava, sempre più dentro il folto: alti nel cielo ma visibili ad occhio nudo, gli aerei che sfacciatamente sembraavano brillare al sole…spandendo fino a noi il rombo…Quel rombo terrificante che non scorderò mai!

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