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il tempo che fu Racconti

La Processione

La processione si sta incamminando verso il sagrato. Dalla bocca scura del portale spalancato emergono le fiammelle tremolanti delle candele infisse su tavole rette a spalla dai portatori che precedono la colonna ondeggiante. Il salmodiare incerto si fonde con l’eco delle litanie di coloro che sono già all’aperto sul piazzale antistante. Un ansimante strusciare di cento piedi nella polvere ed il rumoreggiare della folla assiepata ai lati del corteo.


Il cielo della sera è alto, lontano ed indifferente a questa devozione ostentata e vagamente pagana.
Guardando quella folla muta eppure tumultuante, sembra di assistere ad una parata allegorica, un po’ stracciona, come una messa in scena a basso costo.

La religiosità che Anna si aspettava di trovare non esiste, o almeno, i suoi occhi disincantati non riescono a scorgerla. Pressata da ogni parte dalla folla, non le pare di riconoscere nessuno in quelle facce anonime e d’un tratto, quasi bieche.


La luce delle torce disegna sui volti tesi ombre minacciose. Gli occhi scuri nelle orbite sfavillano allucinati al riverbero degli ori e delle pietre preziose che rivestono i simulacri portati a spalla.
C’è una strana somiglianza macabra fra quei volti e le maschere dorate che i portatori recano sui baldacchini ricoperti di stoffe purpuree. Figure mozze in atteggiamenti immobili che sembrano prendere vita dall’ondeggiare della marcia.


Gli stendardi minori sono già passati e se ne scorge ormai solo l’ondulante sussultare che s’inerpica su per l’erta scalinata che, attraversando il paese, porta al Santuario.
Dalle bocche sigillate degli uomini non esce nessun suono, eppure sembra di udire come un sordo mugolio minaccioso che continua a crescere d’intensità.


Le donne, in gruppi compatti, cantano assieme ai sacerdoti ed ai chierici una nenia inarticolata e lamentosa.
Il buio si ritrae dietro l’incalzare delle alte candele grosse come braccia umane e la notte violata sembra fremere a quelle fiammelle che si accartocciano con guizzi spauriti di un’orda disordinata.


Senza che l’abbia desiderato, Anna si trova pressata da vicino al palanchino più prossimo e più grande che avanza faticosamente fra la calca disordinata. Una statua di legno sta passandole accanto, assurdamente vestita con sfarzo, immobile nonostante l’animazione silenziosa che le ferve intorno. Anna ne ha quasi paura e deve fare appello a tutto il suo raziocinio per tentare di ridimensionare la suggestione della quale è preda. Cerca sotto i mantelli cangianti, avvampanti di luce riflessa, la materia dell’effige. La faccia colorata a stucco sembra fissarla, pallida, irreale, ma stranamente più umana di quante si veda intorno.


Il santo è solo, estraneo fra quella gente quasi arcigna in una fede troppo corposa. Solo come lei, Anna, che fino a questa mattina, fra questa stessa gente, si sentiva fra amici.
Ora, anche se volesse, non potrebbe retrocedere e segue la calca che la trascina oltre la piazza. I portatori stillano rivoli di sudore acre, su per la scalinata consunta e sdrucciolevole. Dalle finestre pendono stendardi, tovaglie ricamate, coperte di seta lucida, festoni di carta.


Le intonazioni enfatiche sembrano più lente attorno ai gruppi delle donne e dei sacerdoti, quasi un sussurro cadenzato con un ritmo ossessivo. Il santo passa fissando con le pupille statiche la marea umana luccicante di mille occhi, indomiti e minacciosi, che ne ricambiano lo sguardo. Solo qualche donna abbassa il capo. Tutti sembrano sfidare l’idolo di legno per essere riconosciuti, uno per uno, pena l’indifferenza.


Il corteo si è fermato. Anna non sa perché, ma scorge da lontano la statua torreggiare in quel mare di mani tese. Si gira verso un portone spalancato. Sembra simile a tutte le altre quella casa, ma qualche cosa ha pur costretto il corteo a fermarsi. Anna si rintana a ridosso del muro, le manca l’aria e l’afrore aspro di tutti quei corpi le provoca una nausea violenta. I canti sono ripresi più forte e la potenza di mille voci fa tremare le torce sotto l’afflato ardente di una devozione violenta come l’odio. Si sente spingere ed appena il piede incontra una pietra sporgente – forse il gradino di un portoncino – vi sale senza esitazione nell’intento di sottrarsi a quella folla sempre più incalzante. Da qui può vedere meglio. Vuole sapere cosa stia succedendo. Avverte intorno a sé la tensione pericolosa di un’attesa esasperante, quasi un grido fustigante.


Il rumore, incanalato su per lo stretto passaggio della strada angusta, percuote con insistenza i tetti, si sprigiona oltre, invade il cielo. Più che invocare, quelle voci intimano, ostinate ed irriducibili.
Poi, silenzio. Un silenzio profondo, eppure stranamente mosso. Dal suo angolo sopraelevato Anna può guardare oltre le teste, ora immobili. Solo le torce sembrano respirare, incitando il lento avanzare dell’Idolo portato a braccia.


Qualcuno o qualcosa ha fatto cessare il canto ma l’eco si perde ancora oltre la volta del vicolo. La testa del corteo forse non sa nulla di quanto sta accadendo qui. Anna non sa, non capisce, ma intuisce che ora tutti stanno aspettando. Lentamente la statua sembra inclinarsi, sprofonda in quel mare ondeggiante che quasi l’ingoia. Un fremito della folla e subito un balzo quasi spaventato. Le spalle ammantate del simulacro si rialzano sulla marea che ora, come impazzita, si genuflette carponi in pose scomposte e grottesche. I portatori quasi si lasciano sfuggire dalle spalle il loro fardello che pare sperso, spaventato dalle improvvise grida che ora lo sommergono. A fatica Anna intuisce qualcosa dal vociare assetato di sfogo che prorompe da mille bocche spalancate. Poi i portatori si rialzano e con essi la marea impazzita. L’immagine del santo torna a troneggiare, indifferente e glaciale.
Miracolo! Miracolo!


Ora la fiumana tenta di raggiungere la testa del corteo in una corsa scomposta ed infiammata, attraverso i vicoli contorti, bandiere sventolanti, stendardi lacerati, candele crepitanti.
Ormai anche l’effige di legno ha girato l’angolo. Al frastuono che solo pochi minuti prima aveva fatto tremare l’aria, segue un silenzio teso. Al debole lucore dei lampioni, dopo l’abbagliante falò della fiaccole, il cielo nero ricompare a ricoprire con un sospiro di sollievo i tetti e le case.


Dai balconi pendono gli ornamenti, anacronistici ora, tristi e abbandonati. Le occhiaie buie delle finestre si colorano del rosso, rosa, giallo di quei festoni spiegazzati che pendono lungo i muri, quasi ansiti sfilacciati ed increduli. Le strade, assiepate fino a poco fa, ora sono deserte, stupite, ancora come oppresse dal peso e dal calore della processione che si sta dileguando oltre il dedalo dei vicoli.


Su, oltre le ultime case, si intravede la facciata del Santuario, ricamata e tremolante di mille luci accese che ne disegnano i contorni. Il vento porta a tratti l’eco dei canti, misto agli scoppi improvvisi e rabbiosi delle grida che ancora s’inseguono:
Miracolo! Miracolo! –


Avanzi di festoni colorati, dimenticati, strappati dai balconi vuoti si sollevano negli angoli. Si affidano molli alla brezza ardente che li fa palpitare in un ultimo respiro.
Anna s’aggrappa al muro, esausta, frastornata, confusa, ancora incredula di quanto ha appena veduto. Pochi minuti fa anche lei era stata presa dalla stessa suggestione che ubriacava tutti, quando ha fissato gli occhi tondi della statua, sperando di cogliervi un battito delle palpebre glabre.
Le avevano detto di andare alla processione che era bella, uno spettacolo di fede e di pietà! E’ stata travolta e calpestata in una sorta di corrida umana. Non era stato l’Idolo che quella gente portava, ma l’aspetto di una specie di collera sorda, crudele, pericolosa e sotterranea che l’ha sconvolta.

Tratto da “il fazzoletto rosso” Ed. Borgo degli artisti

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