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Minghina

Eccola là, come la ricordo, seduta sulla panchina di pietra a fianco del focolare, il piatto della cena in grembo, gli abiti semplici di chi non ha vanità nemmeno nell’ampio fazzoletto che le cinge il capo, annodato stretto sulla nuca: Minghina!

In realtà il suo nome è Domenica ma è usanza – in questa mia bella e forte terra di Romagna – cambiare e storpiare i nomi in un modo tutto loro; e così Giuseppe diventa Jusef, Alberto Berto, e via di seguito. Non è uno sgarbo al nome proprio con il quale sono stati battezzati ma quasi una necessità nelle grandi famiglie numerose, dove i nomi ricorrono, sempre eguali, quasi un voler far rinascere i loro antenati onorando il nonno imponendo ai nuovi nati il nome che era stato il suo. E così io la chiamai sempre Minghina, come tutti i componenti della famiglia che abitavano quella grande e solida casa rurale nella quale ho trascorso gli anni dell’infanzia durante la guerra. Creatura silenziosa e schiva, timida eppure autorevole nella cerchia famigliare mentre reggeva l’andamento giornaliero, sempre attenta alle necessità di ognuno.

Per me, piccina, non aveva età, né passato né futuro, perché era sempre lì. Presente e silenziosa, anche quando mi prendeva la mano e mi portava appresso, nelle varie faccende della giornata. Da noi in Romagna, la donna che dirige la casa è la vera risorsa della famiglia ma l’appellativo un po’ pomposo che non si adatta a Minghina, in vernacolo suona come “Arzdoura”, la “reggitrice “! Quasi ogni mattino, dopo avermi preparato sul grande tavolo della cucina la tazza di latte e tratto dalle profondità della madia una bella fetta di pane, Minghina mi portava con sé ad esplorare i luoghi del suo indiscusso dominio nel governo della casa.

Gli uomini erano già nei campi fin dal primo sole; ogni tanto s’udiva da lontano una voce, un incitamento, qualche volta un’esclamazione, portati fino a noi da una spirale di vento. Il pollaio era la nostra prima meta, la piccola costruzione in pietra dove le galline di sera andavano a dormire, saltellando buffe sui gradini della scala a pioli che s’appoggiava all’entrata. Presto avevo imparato che poi, durante tutta la giornata, Minghina sarebbe stata attenta ad ogni “coccodè” della gallina che – felice e fiera – avvertiva di aver deposto il suo uovo. Poteva essere ovunque, anche se certamente la donna conosceva le preferenze di ognuna della sue galline. La sera poi, mi metteva fra le mani un cestino di vimini e facevamo il giro dei nidi dove trovavamo sempre uno o più uova di giornata. Mi sentivo importante, ritornandomene in casa, con quel cestino colmo, quasi che il merito di averle trovate fosse anche mio. Poi venivano riposte dentro la grande madia contenente la farina e gli attrezzi che l’indomani sarebbero serviti per impastare il pane o la pasta.

Un’altra meta che mi piaceva sempre era dietro la costruzione del pollaio, quando andavamo a sorvegliare la scrofa e la nuova cucciolata. Ed io m’incantavo a guardarla, mentre- adagiata sulla paglia- allattava una miriade di maialini nati da poco. Erano così carini, tutti rosati, mentre lottavano fra loro per accaparrarsi un capezzolo ancora libero, o per rubarlo ad un altro. Lei, la grande scrofa, se ne stava immobile e tranquilla, quasi rassegnata a quell’assalto alle sue mammelle piene di latte, mentre i porcellini succhiavano voracemente, grufolanti ed ingordi. Ma il pastone, Minghina gliel’avrebbe versato dopo, nella grande mangiatoia, perché – mi aveva spiegato con la sua voce piana – non bisognava disturbare la poppata. Io la guardavo, mentre mi spiegava con poche parole essenziali, ed avvertivo la tenerezza di quella voce mentre ammiravamo quella scena che ogni volta a me pareva nuova.

Ero piccola allora, ed ho dimenticato così tante cose avvenute molto tempo dopo, ma non i pomeriggi che già volgevano a sera, mentre mi divertivo – sempre sotto l’occhio vigile di Minghina – ad affettare le barbabietole da zucchero con un vecchio attrezzo che le tagliava velocemente e che sarebbero anch’esse servite poi per il pasto serale della scrofa. Me ne fece assaggiare un poco una volta: era dolce. Poi si ritornava nella grande cucina dove la cena già sobbolliva nel focolare o sulla grande stufa a legna che stava in un angolo. Allora, sempre attaccata alle gonne della donna, la seguivo oltre il cancello malandato che immetteva nei campi coltivati.

Fu così che imparai ad amare e rispettare la terra, non dalle parole di quella che fu la mia prima amica, ma dall’amore che vedevo in quelle mani indurite e screpolate che sfioravano le pianticelle appena spuntate nel campo dedicato all’orto, mentre spostava un frutto, un tralcio di piselli, o rabboccava con una manciata di terra una piantina. Vedevo, sentivo quell’amore riconoscente, mentre andavamo – adagio – accanto ai filari delle viti, ammirando i grossi grappoli non ancora dorati del tutto che splendevano fra le foglie, colpiti dalla luce rossa del sole che calava. Minghina ne prendeva uno nella mano e l’ammirava, come altre avrebbero ammirato un gioiello.

Poco più tardi, la famiglia radunata attorno al desco immacolato, gli uomini, placata la prima fame rabbiosa dopo la lunga giornata di lavoro, si scambiavano parole, commenti, informazioni ascoltate in piazza il sabato mattina, mentre la stanchezza ed il vino bevuto nei grandi bicchieri di vetro, legava loro un poco la lingua. E lei, Minghina, era là, nell’angolo accanto al camino dove aveva cenato, non prima di aver riempito il piatto di ognuno; raccolta e silenziosa come sempre, ascoltando, con lo sguardo fisso sulla sua grande famiglia. Fra poco si sarebbe alzata dal suo cantuccio illuminato dalle braci o meno, a seconda delle stagioni, e si sarebbe occupata di rassettare la cucina, per poi salire le scale che portavano alle camere: stanca ma appagata, ricevendo il sonno come un altro dono di Dio.

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10 risposte su “Minghina”

Chapeau! Splendido post! Arriva dritto in fondo all’anima e ti trasporta in quel luogo e in quel tempo in una completa, reale condivisione che te li fa vedere con gli occhi del cuore. Minghina: delineata magistralmente. Nessun editor oserebbe toccare una virgola.

Un sentito “grazie” per ogniuna di voi, che mi avete letta e – sopratutto compreso – quel sentiento grande ed incancellabile che si chiama Amore, gratitudine…! Non solo dai miei nonni dei quali prima o poi parlero’, ma anche da persone come Minghina, ho imparato della Vita più di quanto i libri ed ogni altro insengnemanto verbale avrebbe potuto impartirmi. Nulla e’ piu’ efficace dell’ ESEMPIO, per imparare e “comprendere” della Vita.
Un pensiero grato e pieno d’amore per te – Barbara mia – non avrò altro da lasciarti – anima mia – se non i miei più profondi pensieri e ricordi di cose che purtroppo – sono mutati i tempi – tu non potrai che conoscere attraverso me, la tua mamma!

no…no…ormai “la mia Minghina” ci ha lasciati da un pezzo….Ma dev’esser vero – come si dice – che finchè il ricordo è vivo…sono vivi anche coloro che ricordiamo e che abbiamo amati! Forse e’ proprio per questo che attorno a me…spesso avverto una vera “folla” e sento che s’appressano a me…anche quando non li richiamo con il pensiero ed io….allora scrivo e parlo di loro, perchè non si allontanino!

Corallik, volpina! fai la claque?
Comunque è un bel quadretto e mi riporta dritto alla mia estiva infanzia
campagnola.
GiEffeEmme

Ciao Zia. Non trovo le parole per descrivere la gioia che provo nel leggere questo tuo ricordo della mia bis nonna che purtroppo non ho conosciuto di persona, ma grazie a te è viva e presente in quel piccolo mondo ancora chiamato ” aĺbero buco”. grazie

Grazie a te, Andrea,! Di Storie che si sono avvicendate in quel dell”Albero Buco”…ne ho tante e tutte preziose e belle da raccontare ma…sopratutto da ricordarde, strette nella mia Anima, che in quei tempi così tragici e burrascosi per la guerra, si andava formando. E non solo dal mio nonno Luigi ( detto Gigiaia…alla romagnola ) che mi ha portata presso quella grande casa – riparo in quegli anni di tante altre famiglia – devo il privilegio di aver imparato tante cosa….ma non con tante parole, bensì con l’ESEMPIO! E Minghina, di esempi, me ne ha offerti parecchi: silenzio…dedizione…sacrificio per il bene degli altri…ma sopratutto amore che non abbisogna di esser detto.

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