Categorie
il magazzino dei ricordi il tempo che fu

La Vendemmia

La terrazza s’affaccia sui tetti e guardo verso le case, basse e come acquattate sotto i campanili d’attorno, che si vanno immergendo nella prima nebbia della sera.

Dalla chiesa di San Domenico, qui vicino, s’alza qualche rintocco piano….don…don…

Il richiamo alla preghiera serale….don…don….ed il suono si spande nell’aria ferma in cerchi sempre più vasti….come quelli prodotti da un sasso gettato nello stagno e che per un tempo lungo…magico…solletica la superficie immobile dell’acqua.

Ma altri ricordi si rincorrono da quest’immagine satura di una dolce melanconia.

Ricordo quando ogni sera, con la mia mamma ed il nostro cagnolino, si andava attraverso i campi della casa colonica di certi nostri cari amici e quella. passeggiata era una specie di rito quotidiano.

Mi rivedo con la nostalgia del passato, raccogliere un pugno di quella terra scura, grassa e generosa…E’ ancora calda del sole che per tutto il giorno l’ha illuminata, facendo risplendere le zolle là dove il vomere è passato.

Amo questa mia terra a volte scura, a volte rossa come ocra….Amo ascoltarne il respiro ed aspirarne il profumo e la forza!

Quanti ricordi, vissuti in questo fondaco durante gli anni duri della guerra…

Ero piccola, allora, e non comprendevo il pericolo quotidiano che ad ogni ora ci poteva portare morte e distruzione.

Ma queste parole avevano poco senso per me, ancor troppo bambina e seguivo spesso nei campi i miei nonni che – per nulla avvezzi a starsene con le mani in mano – condividevano le fatiche dei campi C’era sempre tanto da fare nella campagna, nonostante l’infuriare della guerra.

La vendemmia! Che festa!

Da giorni il nonno e gli altri famigli sorvegliano le viti, soppesandone con lo sguardo i grappoli quasi con religione, gli occhi in alto, fra i gelsi, a strappare qualche foglia ingiallita da quelle collane gravide dei bei chicchi che l’ultimo sole fa splendere a volte, di una trasparenza di topazio e di miele.

Questa mattina la casa si è svegliata ancor prima che il giorno s’incendi nell’aurora: preparativi ovunque, colazione fatta in fretta , al grande tavolo della cucina, tutti ansiosi di uscire, incamminandosi poi sul tratturo. Un paio di buoi che Berto. il vaccaro, trae dalla stalla aggiogandoli al carro che trasporta il grande cassone verso i campi.

Li sorveglierà tutto il giorno, una mano – a volte – a posarsi sulla groppa bianca e muscolosa ed il gesto che può apparire ruvido è invece una sorta di carezza.

I suoi buoi! Lo rivedo, l’eterno cappelluccio in testa basso sugli occhi, la sera, al lento ritorno a casa, e la sosta davanti all’”Ebi” la grande vasca colma dell’acqua attinta dal pozzo, proprio d’appresso, e le grandi bestie che affondano il muso…assetate: e ne sembrano grate!

Grate a quell’uomo minuto, dall’incedere sempre calmo e misurato, più che parco di parole e schivo: mentre, abbassato sugli occhi il vecchio copricapo, s’appoggia mollemente alla colonna del portico davanti a casa, ed emette – come in sordina – quel suo lungo fischio dalla labbra appena socchiuse. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergliene: in effetti mi metteva un po’ soggezione ma di poi, mi convinsi che quel leggero fischio modulato come sapeva fare solo lui, fosse un suono amorevole rivolto alle sue bestie – fedeli compagne del lavoro sui campi.

Ma questa sarà una giornata di festa, e già s’avverte come una frenesia gioiosa sui volti cotti dal sole e segnati dalla fatica: un’aria di aspettativa che prende anche me mentre – stropicciandomi ancora gli occhi – seguo il mio nonno mentre ci avviamo. Gli altri bambini, dormono ancora nei loro letti dove le foglie di granoturco dei materassi scricchiolano ad ogni movimento.

L’ho chiesto al nonno, che mi portasse con sé. E lui ha acconsentito, pensando certamente che fosse solo una richiesta di bambina, e che il mattino dopo, svegliandomi all’alba, avrei cambiato di certo parere!

Ma non fu così e saltai giù dal pagliericcio, se non troppo sveglia….decisa ad andare con i “grandi” a raccogliere quell’uva che nei mesi precedenti avevo visto crescere, in una specie di miracolo.

Nonno Luigi mi ha preparato un piccolo cesto tutto per me ed ora m’impegno – seria seria – a staccare i grappoli più bassi, là dove lui ha già tagliato i tralci che collegano le viti l’una all’altra tese fra le fronde dei gelsi. Appena colmo me ne vado tutta contenta, a vuotare il mio cestino pieno nella grande conca di raccolta ferma nel tratturo dietro i buoi sonnolenti che ruminano adagio.

Ed ecco i canti dei vendemmiatori…..lungo i filari, nascosti dalle foglie dei gelsi a staccare i rami attorcigliati fra loco come collane. E’ una festa, lo si capisce dalle voci che si rincorrono a tratti, e dalla casa arriva ora una donna, ora una ragazza: le chiome raccolte sotto un grande fazzoletto colorato. Portano le brocche piene di vino fresco, un bicchiere nell’altra mano, a mescere a turno ai lavoratori accaldati. Pochi attimi di sosta grata e la fatica continua, le cesoie in mano, ed i grandi cesti ai piedi che presto si colmavano.

Ormai il sole è più caldo e la fatica più dura, ma da qualche parte fra i filari, qualcuno intona una canzone, a mezza voce prima, poi seguita nel ritornello da altre voci: s’intrecciano, si cercano, fra i pampini carichi di grappoli dove i chicchi dell’uva – stretti stretti fra loro, e ricchi – vengono posati con delicatezza nei cesti di vimini, che appena colmi, vengono riversati nel grande cassone basso, là in mezzo al tratturo che man mano si colma, e sembra una colata d’oro!

Poi, finita la giornata, dopo che i buoi avevano trasportato i cassoni straripanti di uva fino al cortile presso l’aia, noi bambini – scalzati e lavati vigorosamente i piedini – ci troviamo immersi fino al ginocchio sui grappoli, pesticciando i graspi! Felici!… felici, mentre i grandi ci stanno tutti d’attorno, con un’allegria che noi bimbi non conoscevamo in loro, di solito così silenziosi, a volte scontrosi anche verso noi piccini che nulla comprendevamo di quei loro pensieri , persi nei lunghi silenzi mentre guardavano il cielo così spesso tumultuoso nel rombo degli aerei che spesso ci sorvolavano..

Ma non quella sera, e ci guardano ridendo mentre pestiamo con tutta la nostra forza dentro quell’abbondanza benedetta, contagiati dall’allegria generale per la buona messe, accomunati dalla gioia per quel dono di Dio, come premio sofferto e meritato per le fatiche d’un’intera stagione.

Ma questo, lo capii solo dopo, più avanti negli anni: in quei momenti c’era solo la nostra gioia infantile in un gioco così nuovo ed inatteso, sollecitati delle incitazioni dei grandi, per una volta sorridenti e quasi spensierati.

Ad un certo punto…scivolai sulle bucce…cadendo dentro il cassone ormai reso scivoloso.! Credo che a quel punto…fossi già un poco ubriaca: il profumo del mosto era penetrante e dolcissimo.

E lo stupore di vedere i “grandi” per una volta così sorridenti, rendeva euforici noi bimbi, anche più stupiti di quel nuovo gioco che ci veniva concesso

Ed erano grida di gioia, liberi com’eravamo di acciaccare il mosto che si andava formando e presto sdrucciolevole man mano che gli acini venivano calpestati. Ed infatti, mi ritrovai lunga e distesa sul fondo , senza comprendere bene come ci fossi arrivata!

Quante risate fra loro, mentre la mia nonna “piccina” ( così la chiamavamo a causa della sua piccola statura ) mi prendeva per la collottola, come un micino fradicio…e m’immergeva nell’”ebi” la grande vasca dove, al ritorno dai campi si abbeveravano i buoi.

Credo che quella fu la prima “sbronza” della mia vita! E quella nuova serenità una specie di miracolo, in quei tempi duri di paura ed incertezza.

nonno Luigi

Latest posts by Alma Serena Guolo (see all)

12 risposte su “La Vendemmia”

Questi sono ricordi lontani, ma che custodisco nella mia anima più profonda: non si ripeteranno più….ora….tutto è mutato…TUTTI….siamo mutati! Grazie dell’apprezzamento. Forse, il riandare a queste imagini, ai profumi, ai colori di un tempo che non tornerà, a volta mi racconsola, ma per poco!

Grazie Luisa! Era proprio questo il mio scopo: finchè li ricorderemo, saranno vivi assieme a noi ed al nostro affetto! Se in qualche modo, con le mie aride parole li ho fatti rivivere per te…ricorda parò che quando li vissi, quegli amici…erano come la mia stessa famiglia: e di questo non li ringrazierò mai abbastanza!

Bel racconto di vendemmia, gioco ed affetti, chi se non lei può descrivere quanto accaduto e rimasto nella sua mente. Anche io ho dei ricordi fantastici dei miei nonni, che ho adorato, e ancora oggi mi colmano di bei ricordi. Grazie!!

Grazie, Cyrana…La tua condivisione per le mie parole intinte nel sangue del mio vecchio cuore, mi rassicura perchè – se il mio corpo, stanco e mutato declina- non accade alla mia Anima ! finchè sapremo amare nel ricordo come amammo allora…rende la vita a chi è “passato oltre” e sono certa che li reincontreremo.

“Almina”!!!!!!!!!!! solo tu mi hai chiamata in questo modo…Lucia! Te ne sono grata…ma non solo per questa tua affettuosità ma…per tutte le ore trascorse assieme, imparando da te e da Giorgio ( il mio regista per sempre ) un’Arte il cui fine non è solo costruire uno spettacolo, ma sopratutto “scoprire” dentro se stessi, cose….che non sapevamo di avere! Non saprò mai ringraziarvene abbastanza. … . Viva! Viva il TEATRO! Vi voglio bene!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.