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albero buco gli antenati il magazzino dei ricordi

I Treni

Nonno Luigi nel frutteto

Sai quando ti prende quella melanconia, quella che ti sale proprio dalla pancia e ti fa dolere lo stomaco? Ecco! Proprio quella!

Il sole ormai tramonta sempre più presto e così, prima di chiudere la giornata, m’affaccio al balcone, quello che guarda la piazza e la piccola, antiquata stazione dei treni. Lo facevo spesso in questa specie di saluto al giorno che scolora nella notte. Mi sembra di tornare bambina, quando guardando i treni passare e mi pareva di sentire i sogni nascermi dentro. Ed anche ora, gli stessi sogni mi riportano ad un tempo lontano, lontanissimo ormai.

Ricordo che, piccina, nonno Luigi mi prendeva con se’ per andare, seduta sulla vecchia carriola di legno, proprio verso la stazione, dove sotto l’alta massicciata c’erano orti, divisi fra loro da bassi steccati pericolanti fatti con avanzi di legni vecchi. Proprio là ci dirigevamo, entrando in un bell’orto più vasto degli altri, dove crescevano ortaggi d’ogni genere ed alberi da frutta. Nonno andava a curarlo per il proprietario che poi ne raccoglieva i frutti, e lo faceva con amore, da uomo nato accanto alla terra qual era.

Quel beve viaggio seduta comodamente nella vecchia carriola mi pareva ogni volta un viaggio fantastico in una sorta di “carrozza dorata” che presto si sarebbe di nuovo tramutata in una zucca, una volta che fossimo tornati a casa. Ricordo il nonno, paludato in un ampio grembiale di sargia, aggirarsi per l’orto nelle sue faccende: ne sento ancora la quieta presenza mentre le ore assolate del pomeriggio spostano le ombre, sotto le chiome degli alberi da frutto. Silenziosi entrambi, ma così consapevoli l’uno della presenza dell’altra, mentre il nonno zappettava, sfrondava un albero e mi insegnava a raccogliere la gomma dolce che s’aggrumava dal tronco dei peschi (oppure erano albicocchi?…) mentre lei se ne stava seduta sull’erba, all’ombra, a costruire i suoi sogni di bambina con forse troppa fantasia.

Fate e gnomi popolavano il suo silenzio pago e sereno se non qualche volta, quando lasciava uscire la sua vocina di bimba, in melodie improvvisate a fare da sottofondo musicale a quelle sue dolci chimere, ma allo sferragliare di un treno in arrivo nonno e bambina alzavano lo sguardo per guardare i vagoni che stavano entrando nella piccola stazione di paese.

Quella piccola costruzione le è sempre piaciuta tanto, con i suoi grandi vasi di sempreverdi, o di fiori posti qua e là e l’antiquata fontanella chiacchierina. Ogni volta di poi, negli anni, quando vi faceva ritorno, per qualche attimo vi ritrovava i pensieri dolci di quei giorni lontani. Ricordandoli con lo stridere dei freni in azione ed ogni volta rivedeva la locomotiva che sbuffava con lo stridere dei freni in azione mentre la lunga fila delle carrozze si fermava. Dai finestrini i volti dei viaggiatori che s’avviavano verso gli sportelli, mentre lei componeva su quei volti un giuoco tanto infantile eppure tanto vecchio: il piacere del sogno, delle chimere nate così, come dal nulla. Poi gli sportelli venivano spalancati e la gente scendeva: avevano tutti un’aria stanca; qualcuno s’affrettava verso chi, già da lontano, lanciava loro una voce ed altri a volte carichi di quelle grandi valige di cartone s’avviavano verso l’uscita: nessuno ad attenderli. E per lei nascevano mille storie, mille umili storie di uomini e di donne sconosciuti, nati e vissuti chissà dove, vicini eppure così lontani da quella sua pur così breve vita. Sconosciuti che avevano tutti una loro storia ignota.

Poi il fischio del capostazione ed il treno s’avviava, ansando e sbuffando verso quella rotaia che risplendeva sotto i raggi del sole. Quei solchi che tagliano la grande pianura sembravano senza fine mentre cercavano l’orizzonte sfumato già in una lontana bruma.

Forse anche così, poi, sono nate le mie storie! E così, anche ora, guardo i binari della stazione, dove i treni passano a volte sfrecciando, a volte transitandovi adagio ed i finestrini ormai illuminati parlano di vite immerse in cento, in mille realtà diverse: ognuno con un suo sogno, un rimpianto, una speranza, un arrivo od una partenza, a volte di stanchezza ed altre di abbandono e melanconia.

Lunghi convogli che parlano di mete lontane, di orizzonti diversi, lanciati su binari lucenti dove le carrozze portano con se’ un futuro oppure….il nulla!

nonno Luigi
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9 risposte su “I Treni”

grazie, grazie e tutti…mi piace sempre poter condividere i miei ricordi, specialmente quando mi accorgo di essere stata compresa. I ricordi…sono così importanti nella mia vita, sopratutto quando sono belli, almeno per me, e mi servono anche per sdrammatizzare gli altri…quelli dolorosi e che voglio dimenticare. E quando mi assalgono…cerco di dar vita con le parole, a quegli altri…i ricordi belli.

I ricordi si presentano e così scriverli come lo fa lei e piacevole leggerli, ricordi di una splendida persona come lo e lei, mi fa piacere leggerli e affascinante.

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