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Arte e Musica il magazzino dei ricordi

Dipingeva la Luce: Martino Pinese

(seconda parte)

Da anni lo conosciamo, il “Pittore della Luce” come lo abbiamo soprannominato appena vedute le sue prime tele, lassù, alle pareti del piccolo caffè per i turisti, appena fuori del convento di clausura.

Pinese dipingeva senza colori, ma solo bianco su bianco, in una tecnica allora solo sua eppure, anche se può apparire impossibile, dalle sue tele immerse totalmente nella gamma del bianco uscivano immagini come di sola luce! Immagini realistiche, eppure concrete come ci appaiono, in certi sogni che non sempre al risveglio sappiamo ricordare….se non come “sensazioni” oniriche.

dalla sua monografia, Gemelli Editore

Naturalmente ne rimanemmo subito affascinati e chiedemmo di lui, dell’autore. Allora non potemmo conoscerlo, non io almeno, essendo donna e lui monaco di clausura. Cercammo di saperne di più sull’artista straordinario ma…ne ricavammo ben poco, se non che lui – come tutti gli altri che avevano scelto l’Eremitaggio – lavorava alla sua Arte vivendo in una di quelle piccolissime costruzioni che si scorgono attraverso la cancellata di ferro che divide l’antica Chiesa in stile Barocco dalle costruzioni accanto, nate solo per il “servizio” ai Claustrali.

dalla monografia, Gemelli Editore

Oltre l’alta cancellata, la fila delle casette monacali, una per ogni eremita, racchiuse e custodite come a difenderle dal mondo, entro le recinzioni perimetrali imbiancate a calce. Il complesso Claustrale si stende fino a salire ai piedi di un bosco: quasi un baluardo a difenderlo. All’interno ambienti piccolissimi e indispensabili per la sopravvivenza: una minuscola cappella per celebrare la Santa Messa, una specie di loculo di legno incassato nel muro per il breve riposo notturno; appoggiata alla spessa parete, la scrivania sormontata da due mensole per qualche libro, e, poco appresso, la legnaia.

All’esterno, il piccolo porticato che s’affaccia su di un fazzoletto di terra spesso coltivato di fiori.. Accanto alla piccola finestra una “ruota” girevole dalla quale i frati ricevono il parco cibo consentito dalla Clausura.

Fu il mio babbo, tanti anni fa. a farmi scoprire questo luogo immerso nei boschi delle alte conifere del Casentino: esse stesse – quando i raggi della luce riescono a penetrarvi – sono una sorta di cattedrale fantastica.

dalla monografia, Gemelli Editore

Vi trascorse come ospite speciale tutto un inverno, giù al convento principale . Appena tornato dalla guerra e profondamente ferito nell’anima, la mia mamma temette per lui. E cosa immaginò quella piccola donna coraggiosa? Con l’aiuto di un suo zio sacerdote, cappellano militare pluridecorato, riuscì a mandare il mio babbo, con le sue ferite sanguinanti del cuore, proprio lassù… dove visse i geli di un inverno nevoso, trascorrendo notti infinite con il priore – uomo di grandissima cultura ed arguzia – a parlare concionando e disquisendo, davanti al grande camino mai spento, che quasi riempiva la cella.

E fu così che riuscì a ritrovare in sé la forza per tornare ad affrontare la vita. Temo di immaginare la nostalgia del mio babbo, nel restituire la “cocolla” bianca che un frate gli aveva trovata, per difendersi dal freddo durante le nevicate di quell’inverno che allora, su quei monti nascosti, era la norma. Seppi dal babbo poi negli anni, che spesso egli pure accompagnava i frati nei loro appuntamenti notturni all’interno della magnifica chiesa, entro la quale – mi raccontò poi – ebbe il privilegio del tutto inedito e speciale d’assistere alla grandiosa e – per certi versi – terribile cerimonia della vestizione solenne di alcuni sacerdoti, in quel loro giuramento che non ammetteva ripensamenti.

dalla monografia, Gemelli Editore

Fu in una di quelle serate, fra noi, mentre la mamma cuciva alla luce del lume sulla tavola, quei suoi abiti che confezionava: abiti sempre bellissimi…e noi due, babbo ed io, seduti lì con lei, come per farle, con la nostra vicinanza, meno grave il suo lavoro. Intanto…il racconto di quella cerimonia all’interno della chiesa superiore, lassù dove sorge l’Eremo. Mi sembra di rivivere ancora la sensazione di allora…mentre la voce profonda – quasi un sussurrare – del mio babbo mentre mi descrive i sei frati stesi al suolo, presso l’altare, il viso rivolto a terra…in un atto di totale sottomissione.

Dal tremito nelle parole del mio babbo comprendo la solennità di quei momenti: la voce sonora del Priore mentre pronuncia per loro le Promesse solenni, e le risposte, uno dopo l’altro, dei novizi che pronunciano il giuramento. Quando anche l’ultimo ha pronunciato le parole del voto perpetuo, il suono dell’organo…ma quasi in sordina…lento, solenne, come a sottolineare quello stato di Grazia che avvolge l’intera scena.

Ma il mio racconto di un’ora straordinaria deve proseguire! E riprendo infatti dal momento in cui Martino ci sta raccontando del recente ritrovamento, per lui miracoloso, della cappella , dopo chissà quanti anni di oblio! Infatti, nel tempo era stata usata come sgombero e legnaia e nessuno aveva memoria di nessun’altra destinazione.

Ed anche allora, in quell’ode a due, nella la sonorità incredibile di quella cappella spoglia se non dello splendere di un raggio di sole sulla pietra dell’altare, si verificò un altro miracolo! Un miracolo tutto e solo per noi, privilegiati, che l’avevamo potuto vivere.

Parecchi anni dopo, in una mattina d’agosto piena di sole, inaspettatamente mi prese…come uno scoramento…un brivido gelato sulla pelle, e nello stesso tempo, la sensazione di una presenza gioiosa attorno a me e che mi riempiva di una specie di serenità nuova; quasi un richiamo ed un pensiero….nato da chissà dove e chissà perché…ma impellente : Padre Martino Pinese?

Sulla parete proprio accanto al telefono due suoi schizzi che il pittore ci aveva donati tanti anni fa.

Da allora…la Vita non mi aveva più permesso tornare in quel di Camaldoli, e me ne dispiacevo tanto, ogni volta che i giorni vissuti lassù mi si ripresentavano. Quelli erano stati anni felici…

dalla monografia, Gemelli Editore

Ma in quel momento, non pensavo né al convento né a Padre Martino e nemmeno…a quell’ “Archian rubesto” – da me tanto amato, citato anche da Dante nella sua Divina Commedia. Ed allora? Perché questo ricordo nel quale mi sembra proprio di poter riascoltare la canzone argentina e perenne del torrente? E non è quella sola immagine che mi si ripresenta, vivida come appena vissuta. “Quel momento magico” accaduto lassù, nella Cappella deserta, e le due voci degli oranti, come immemori di se stessi!

Ma…quel brivido…. ed ancora la sensazione, tutt’ora presente, come di una carezza dell’Anima?

Martino! Fra’ Martino Pinese!

Cerco in fretta nel mio taccuino il numero telefonico del convento:

“Pronto…sono…non importa…, posso parlare con Padre Martino Pinese?”

“ Ecco…ma lei signora…( una pausa che non mi dice ancora nulla…) lo conosceva?”

Lo conosceva? Ha parlato al passato! Dalla concitazione della mia voce forse la persona che mi ha risposto ha già compreso…

“ Signora…Oddio…come posso dirglielo….Padre Martino è mancato ieri!”

Di Martino avrei tante altre cose da raccontare: un’amicizia preziosa ed un artista ispirato ma…non lo farò oggi…Non oggi che ricorre il giorno, la data, di un uomo eccezionale che nel lontano anno 1986 volò, forse, in quel suo Paradiso!

dalla monografia, Gemelli Editore
affreschi di Martino Pinese nella Chiesa della Madonna del Rosario, Nuoro

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9 risposte su “Dipingeva la Luce: Martino Pinese”

Cara Alma, noi ci siamo conosciuti molti anni fa grazie a Barbara e sempre grazie a lei oggi ti leggo.
Bello, dipingi con le parole, i tuoi colori mostrano paesaggi delicati che descrivono luoghi e anime. sensazioni delicate tanto utili alle menti provate dalle odierne realtà.
Ti invio un abbraccio intriso di serenità che a tutti non basta mai.
Silvano

Caro Amico! Mi ricordo bene di te! Di te e della tua Arte! Ricordi quel giorno… tantissimi anni fa, quando, passando da Imola dove io stavo allora, mi donasti un paio di orecchini d’argento disegnati e realizzati da te? Li ho sempre…e come li tengo cari! Ho visto sul tuo sito le immagini delle magnifiche sculture che hai realizzate…e vi ho riconosciuto ciò che vidi fin da allora ( ah! la gioventù…) e cioè un Artista Vero…! Un genio ispirato e sensibile che avrebbe creato cose bellissime. Il ritrovarti qui, su questo nostro Blog che Barbara ha inventato per me…mentre ci sforziamo di sopravvivere …mi ha colmata di gioia ed accetto – ricambiandolo – quell’abbraccio di serenità che m’hai inviato.

..Grazie, Barbara, per tutto il “lavoro” che hai fatto permettendomi di postare sul nostro blog questo “ricordo” di Martino Pinese. Più che un semplice ricordo il mio, è stata una sorta di celebrazione…e tu, con i suoi quadri , così difficili da riprodurre a causa della sua tecnica bianco su bianco…l’hai resa possibile! Grazie ancora per l’impegno e la “perizia tecnica” in un campo che io non conosco : sono figlia solo della penna io!

Ciao Alma Serena,
quando ti leggo è come se tu mi raccontassi questi ricordi di persona. Una bellissima sensazione. Sento mentalmente la tua voce e la tua intonazione, come quando mi parlavi di te ai tempi di Imola. Continua a scrivere, e soprattutto continua a scrivere così! Un abbraccio!

GIUSEPPEEEEEEEEEEEEEE! Ma che ci fai tu qui? benvenuto..naturalmente! Mi riporti indietro…in quegli anni – almeno per me, tanto felici- … alla nostra amicizia, che non ho mai scordata….il tuo sorriso aperto e le belle chiacchierate fra noi! Oh! amico mio! Da dove spunti? Ma abbiti un abbraccio anche da me…che spesso ho pensato a te…legato come sei per me al periodo forse più bello della mia – ormai troppo lunga – vita.Che bello ritrovarti…e che bello leggere che anche tu, ti ricordi di me! Grazie comunque, delle belle parole su quanto vado narrando: e stanne certo, che non ho mai smesso ne mai lo farò, di cessare di scrivere! Se poi, riesco anche a fare un poco di compagnia ad altri…ne sono contenta! Un abbraccione e…ben trovato!

Giorni impossibili da dimenticare… Non sono più un fanciullo nemmeno io, sai, ho 60 anni sulle spalle. Un abbraccio forte in attesa di leggere i tuoi prossimi racconti ❤️

oh! solo 60 anni….ma sei un fanciullo! il peso che porto io….è assai più pesante…ma sono ancora qui, ed annaspo attraverso questo periodo che – per troppi versi invero – ci sta flagellando, mia figlia ed io ma…”transeat” diceva il mio babbo…ma lui pronunciandolo…sorrideva! Sorrideva prima di tutto di se stesso ma alla fine…forse di tutte le nostre ambascie di poveri mortali! e quindi…”transeat”…provo a dire anchì’io mentre, imperterrita…scrivo!

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