Categorie
Il Baldo il magazzino dei ricordi

IL TIRABOSCHI E IL CAPODANNO DELLA SFIGA MÁXIMA

Da fidanzati avevamo preso in affitto una casetta a Zambla Alta, nel bergamasco. Ci andavamo nei week end con gli amici: nel nostro appartamento c’erano due camere doppie e nella mansarda quattro, per una quindicina di posti letto: insomma un bel gruppetto.

Fu un bell’inverno…a parte i viaggi: allora nevicava sul serio e se non nevicava, c’era la nebbia padana, “el nebiùn”, fino ai piedi dei monti, e spesso uno di noi doveva scendere a cercare la striscia della corsia d’emergenza con la pila, perchè non ci si vedeva proprio! Quando non nevicava…

A volte si passava per l’orrido di Zogno e di notte non è esattamente un tratto rassicurante. Ma a quell’età non ci si fa troppo caso, anche per l’entusiasmo di passare due giorni insieme e di sentirsi finalmente grandi: io avevo 19 anni e gli altri poco di piu’.

C’era molta allegria e si faceva un bel po’ di casino: una volta, giocando, stortai l’anulare sinistro al mio futuro marito e me ne ricordai all’altare, mentre stavo per infilargli al dito la fede e quel pensiero è immortalato nell’album di nozze: chi non sa la storia crede che con quell’aria furbetta io stia pensando “ti ho incastrato, eh?” invece pensai “e se adesso non entra l’anello?” .

Il padrone di casa si chiamava Tiraboschi, era originario della zona, una vera macchietta: ogni settimana ne combinava una delle sue ed appena a casa, mia madre si faceva raccontare le novità del “nostro”. Bastava che il ciccio (il fidanzato) lo nominasse con accento bergamasco, che scoppiavamo tutti a ridere.

Aveva la mania di spegnere il riscaldamento quando ripartivamo, e lassù fa un freddo becco! Avevi voglia a chiamare il venerdì pomeriggio per ricordargli di riaccendere…il piu’ delle volte, quando si arrivava, si gelava e bisognava tenersi le giacche imbottite per un po’. Una volta siamo arrivati che nevicava fitto fitto, neve gelata: lui se ne andava in giro in camicia e la bimba di due anni giocava fuori in grembiulino.

La moglie non era da meno: una volta, non riuscendo ad aprire la moka chiesi aiuto al ciccio, che diventò blu per lo sforzo ma…niente! Scesi dal Tiraboschi, che non c’era, allora la moglie chiese: “ha bisogno?” – “grazie, non riesco ad aprire la moka” – “dia qua” …l’aprì al primo colpo e senza il minimo sforzo. Ci sentimmo degli handicappati, mai però come quando, affacciati al balcone, vedemmo suo marito trasportare TRE bombole del gas (due con una mano e una in spalla) nello sterrato sotto casa, in forte pendenza e completamente ghiacciato, in camiciola…e in ciabatte! Faceva un dérapage che “nemmeno Thoeni” (si era al tempo della valanga azzurra). Il ciccio gli gridò dal balcone “sciùr Tiraboschi! Fa un bel frecc! Dove va così svestito, e stia attento che è tutto ghiacciato!” “Vado su dai miei a portargli il gas!” accidenti…pure piene erano quelle bombole.

Una volta i bulloni del portasci, regolabili, non bloccavano bene, complice il gelo, e non c’era verso di stringerli: tutti i maschi ci provarono senza successo; il nostro uomo passava di lì: “Sciùr Tiraboschi! Lei che ha le mani forti, per piacere, veda un po’ se riesce a stringere questa rotella” – “Eh! Forte…voi che siete dei marcantoni chiedete a me…” (era piuttosto piccolo); si avvicinò e strinse la rotella, che fece “GRIND!” e non riuscimmo mai più a svitarla: si dovette vendere l’auto col portasci “incorporato”… Roba da Fantozzi.

Il week end successivo ci fu una specie di tempesta e il balcone si riempì di sassi portati dal vento: io ero un po’ intimorita, i sassi facevano un gran baccano contro le tapparelle, quella del bagno non era abbassata e si ruppe un vetro. Impossibile usarlo: i maschi rischiavano di fare la fine dei cavalli di Napoleone in Russia; chiedemmo al padrone di casa di provvedere: “non c’è problema, ci penso io” e dopo 10 minuti arrivò con un vetro a salvare i poveri cittadini “handy” e i loro augusti piselli: aveva preso il vetro da casa sua… “ma sciùr Tiraboschi, e lei come fa?” “Eh va be’! Lunedì lo compro”.

Ai primi di dicembre volli fare l’albero di Natale. Chiedemmo al nostro mitico padrone di casa dove avremmo potuto procurarci un pino e lui ci diede indicazioni molto, molto precise sull’appezzamento di terra dal quale tagliarlo…”ha capito bene? Lo prenda lì, che la terra è di mio cognato, non di fianco: quella è mia…”.

Questo era il Tiraboschi (con la esce).

Finì che lo acquistammo, non mi andava proprio di fare la ladra d’alberi, poi nel bergamasco non credo convenga: quei rudi montanari con uno slafarone ti fanno fare la trottola finchè non ti ricordi più nemmeno chi ti ha vestito la mattina.

Il venerdì prima di S.Silvestro partiamo per Zambla Alta: nebbione da tagliare col coltello; siamo soli, ma con l’auto stracarica di bagagli, di sci e di cibarie; gli amici ci avrebbero raggiunti poi. Sull’autostrada per Bergamo, poco prima di uscire, non vediamo in tempo la ruota di un camion proprio nel bel mezzo della corsia. Presa in pieno. L’auto si alza su tre ruote e quando atterra scoppia la gomma destra anteriore: bestemmione da competizione del ciccio (la nebbia si dirada perchè tutti i santi scesi dal cielo, alitando l’hanno dissolta). Scarichiamo tutto, cambiamo la ruota e ripartiamo. Per evitare la Val Brembana e l’orrido, decidiamo di proseguire per ponte Nossa e prendere la vecchia strada dalla Val Seriana. Arrivati a Gazzaniga verso le 22.00, sotto una neve fiiiiiine fiiiine…ma fiiiiiiitta, fiiiiiiitta, sentiamo l’auto sbandare di posteriore e il ciccio mi fa: “Non dirmi che abbiamo forato pure l’altra gomma…” scendiamo e la gomma ci fa sul muso “psssssssssssssss”, esalando l’ultimo respiro. Ora: cosa fanno due milanesi alle 10 di sera, con una gomma bucata, senza ruota di scorta e sotto una neve della madonna?…… Trovano un gommista che sta lavando i vetri della sua bottega (c’è un santo dei teen-ager sciatori). Lo imploriamo di aiutarci (non il santo: il gommista); lui scende dalla scala e dice che non ha gomme per la nostra auto, ma rovistando tra i copertoni usati, ne trova una che va quasi bene e ci raccomanda di cambiarla appena possibile e così ripartiamo… sotto la neve, che adesso scende a larghe falde.

Dopo due o tre tornanti, ci rendiamo conto che dobbiamo assolutamente mettere le catene, quindi il ciccio scende e, in compagnia dei soliti santi richiamati sul posto per l’occorrenza, rivuota il bagagliaio, prende le catene, le monta, ricarica il bagagliaio e finalmente riprendiamo la strada.

Appena dopo aver letto il cartello Zambla alta, sull’ultimo tornante prima dello scollinamento del passo dell’Alben, vediamo con orrore una delle catene volare oltre il ciglio della strada (al buio e sotto quella neve, non erano state fissate bene).

Dato che siamo quasi arrivati, procediamo a passo d’uomo fino a casa, dove finalmente scarichiamo ed entriamo nella casetta, meravigliosamente gelida…

Ormai i Santi non aspettano nemmeno più di essere chiamati, arrivavano spontaneamente.

Appena la temperatura diventa decente, ci infiliamo in un letto di cartone bagnato e finalmente ci addormentiamo.

Il giorno dopo, sistemati i guai (catene e gomme nuove) spaliamo la neve dall’auto e nel pomeriggio riusciamo a fare una “scivolatina”…e qui faccio una parentesi; come ho già detto, si era all’epoca della valanga azzurra e tutti i giovani (me compresa) avevano la mania idiota e masochista di vestirsi come i loro beniamini, con i pantaloni “tecnici”: una seconda pelle che ti costava la prima fatica della giornata di sci, per riuscire a calarcisi e strizzarcisi dentro (io mi facevo aiutare dal ciccio con la tecnica del cuscino nella federa e poi bisognava stendersi sul letto per riuscire ad allacciarli). Eravamo elegantissimi, sportivissimi, ma con le chiappe perennemente gelate. La sera, in doccia, regolavo l’acqua quasi fredda, che sulle terga pareva calda, poi quando finalmente recuperavo la sensibilità dei glutei, portavo l’acqua alla giusta temperatura e finivo la doccia. Solo qualche anno dopo lasciammo perdere lo stile Thoeni e ci convertimmo alle tute imbottite: non si invecchia invano…

La sera di S.Silvestro dovevano raggiungerci gli amici per festeggiare Capodanno e li aspettavamo per l’ora di cena. Loro dovevano portare i beveraggi e i formaggi per la polenta taragna.

Il ciccio si tiene pronto con la polenta, ma gli amici non arrivano. In compenso arriva una nevicata che sembra di essere sulla beresina, si vede anche la figura di napoleone controluce… Le ore passano e loro non si vedono (i cellulari non esistevano ancora). Verso le 11.30 siamo un po’ preoccupati per loro e disperati per noi, con una montagna di roba da mangiare, ma soli a festeggiare capodanno: a quell’età non si apprezza ancora un capodanno à deux, la parola d’ordine è “fare casino” e il resto, dopo.

Verso le 11.45 vediamo due luci nella tormenta che si avvicinano. Sono loro, che avevano perso la strada due volte, finendo in lande desolate e dimenticate da Dio e dagli uomini. Entrano in casa sghignazzando come dementi: “buca”! Fa uno, “buca con fango” fa un altro,“buca con acqua”…quel pirla del Silvio! (n.d.a. Il berlusca non c’entra: anche lui non l’avevano ancora inventato: trattasi di reminiscenza di una gag comica dell’epoca, di Cochi e Renato).

Ridiamo e scherziamo e nessuno pensa a mettere sul fuoco i formaggi per la taragna; allora il ciccio fa una pensata: “tagliamoli a fettine sottili, poi li mettiamo in mezzo alla polenta e sbattiamo tutto in forno”. Ormai è passata la mezzanotte e si brinda all’anno nuovo a stomaco vuoto, al posto dell’aperitivo e mentre gli altri schiamazzano con lo spumante in mano raccontando l’avventura, il ciccio apre il forno, avvicina il fiammifero alla bocchetta del gas, apre al minimo e…BOOOOAAAAMMMMM! Gli scoppia il forno in faccia! Ci giriamo e lo vediamo col fiammifero in mano mentre le fiamme fuoriescono dal forno. Allibiti, restiamo tutti lì impalati, mentre il poverino ha la presenza di spirito di spegnere il forno e chiudere il portello per soffocare le fiamme. Mi avvicino: i primi capelli, le ciglia, le sopracciglia e i peli delle mani sono bruciati, e anche il maglione …c’è puzza di pollo bruciato. Soliti santi a raccolta…Attirato dal boato, si affaccia il Tiraboschi, che con aria innocente dice: “non usate il forno! Si era rotta la valvola del mio e mi sono preso quella del vostro”… Sasìn! Nimal negher!… (tipica locuzione vernacolare del pavese: maiale nero, pare sia quasi feroce). Mi devono dare un cordiale, poi mi occupo dell’infortunato. Per fortuna che ho preparato la pasta al forno e il resto: la polenta è bruciata.

Il giorno dopo, causa bruciature, non si scia e il ciccio è attapiratissimo: è un fanatico dello sci.

Gli altri vanno sulle piste e uno di loro si fa male: deve tornarsene a casa, imbelvito, e l’amico che lo deve accompagnare è più imbelvito di lui. Il giorno dopo ancora, finalmente si scia.

Arriva l’ora di tornare: io insisto per avviarci nel tardo pomeriggio senza aspettare gli altri, che partono dopo cena. Poco dopo la partenza, l’auto non frena più, ma il ciccio non mi dice niente per non preoccuparmi e usa le marce e il freno a mano (fortunatamente meccanico). Passata Zogno e finita la discesa, si rimette a frenare. Piove. Appena lasciati alle spalle i monti, sul rettilineo di Dalmine prima di entrare in autostrada, all’improvviso sentiamo un rumore fortissimo, la macchina fa due testacoda e riusciamo a infilarci nel prato di fianco alla strada. Io: “eh nooooo! Abbiamo forato un’altra volta?” il ciccio scende e vede che si è rotto il mozzo e mezza sospensione, insomma la ruota è staccata e incastrata nel parafango di traverso. Tutto intorno, il nulla. Io comincio a sclerare pensando alla scenata di mio padre. Ci avviamo al capannone di una fabbrica e per fortuna il custode ci permette di usare il telefono ed avvisiamo a casa. Sappiamo che gli amici devono passare di qua: non resta che aspettarli (al freddo).

Circa tre ore dopo li vediamo arrivare: in cinque su una 127, più i bagagli. Vedono la macchina in panne e rallentano, così il ciccio riesce a farsi vedere e loro si fermano.

Carichiamo i nostri bagagli sulla loro auto e con una specie di amplesso generale riusciamo a stivarci nell’abitacolo in sette e torniamo a Milano. Prima lasciano a casa me. Mio padre sembra la fotocopia di Mussolini, con il mascellone sporgente e l’aria imbufalita da tregenda. Poi portano a casa il ciccio. Suo padre per fortuna non infierisce troppo e si tranquillizza subito, dato che nessuno si è fatto male, mentre la madre gli tritura i gioielli di famiglia con le sue rimostranze …andare in giro con la neve, ma voi siete tutti matti, e avreste potuto farvi male, e se non arrivavano gli altri….bla… bla… bla…

Dopo aver relazionato, a nanna: il giorno dopo si torna in pista. Il Ciccio va in bagno a lavarsi e per non disturbare accende solo la luce del mobiletto: appena appoggia il dito sul pulsante becca una sberla di scossa che lo sbatte all’indietro contro il muro. A questo punto va a dormire…per terra, sul tappeto: visto come sono andate le cose, meglio non rischiare di cadere dal letto. La sua cagnolina, felicissima, approfitta della situazione e si accuccia al suo posto.

Quell’anno fu ricordato nella storia di famiglia come “l’anno della gomma infame”: giravamo con due ruote di scorta, forammo 6 volte, mi pare…

La maledizione della gomma finì con la rottamazione dell’auto.

Due anni fa, durante una vacanza nella valle adiacente, il ciccio andò a farsi un giretto in moto a Zambla Alta e volle rivedere da fuori la casetta, entrò nel bar tabacchi ristorante del Tiraboschi, al pianoterra della casa, e scoprì che le figlie nel frattempo erano diventate tre, ormai donne fatte, ma lui non c’era più; eppure continua a vivere, anche nei nostri ricordi. Ciao, Tiraboschi!

Cyranaforever
Latest posts by Cyranaforever (see all)

Di Cyranaforever

"...io procedo e sono, in piena lucentezza, piuma di indipendenza, pennacchio di franchezza" (E.Rostand)
Cercavo la Via, ora sono in cammino.
Libertà di pensiero è il fil rouge di questa avventura umana, ma sicuramente lo sarà anche per le prossime.

10 risposte su “IL TIRABOSCHI E IL CAPODANNO DELLA SFIGA MÁXIMA”

Leggendo il racconto a tratti sono quasi riuscito a sentire riecheggiare le famose “bestemmie da competizione” 😀
Il “Ciccio”, se stimolato (soprattutto dalla sfiga), aveva la capacità di riuscire a trasformare i problemi in uno spasso. Un grande Uomo, di cui sento la mancanza.

Si, era un grande e mi manca da morire. Ti ringrazio di cuore per l’affetto e per il commento 🙂

Complimenti per il racconto di vita, per il dettaglio, sinceramente mi sono trasportato all’epoca, poi sapere che nella storia c’era anche un caro amico che ora non c’è più, ma che ricordo con gran simpatia, poi non e da tutti nonostante la situazione riuscire a dare un lieto fine alle a tale “sfiga,” che in realtà vedendola oggi fu divertente, almeno cualcosa da raccontare specialmente in questo momento così difficile che viviamo. Grazie!! Non smettete di scrivere.

il famoso “ciccio” era il mio tanto amato genero! Mi manca tanto…ma tanto! eppure lo sento, spesso, qui con me ( fra noi due- un po’ sensitivi, per così dire- c’è sempre stato un ….non so come definire quel sentimento reciproco) quindi anche mia figlia…comprende. Beh! Conoscwevo questa storia – me la sono fatta ri-raccontare più volte negli anni a venire – ma rileggendola poco fa….non ho potuto fare a meno di ridere…ma ridere, proprio con relative lacrime – come fosse la prima volta che l’ascoltavo! Brava, bravissima Barbara….la “vis comica” di questo racconto, anche a distanza di tanti anni non ha perso nemmeno un”ette” della sua comicità.
mom

Mia cara signora, conosco lei, sua figlia e ho avuto l’onore di conoscere quel grande uomo che ha goduto della mia massima stima (Dario, in arte Ciccio), dal primo giorno che ho conosciuto Barbara che tuttora oggi chiamo signora Baldoli, ho capito che siete persone d’altri tempi, quelle che non trovi facilmente e che vorresti stringere forte nel tuo cerchio, dei veri signori. Cuando Ho conosciuto Barbara e Dario ero il manutentore dell’impianto d’antenna nel loro stabile, e stato in un contesto lavorativo all’interno del loro appartamento, ricordo che stavamo facendo l’impianto satellitare tanto voluto da loro il cuale il condominio non voleva fare, avevano un impianto obssoleto ed era ora di rimettere apposto le cose. Mi e successo una cosa strana, difficilmente mi capita dato che spesso ti trovi con persone particolarmente strane e diffidenti. Entrai nel loro appartamento, iniziai a fare il mio lavoro ma non volevo più uscire mi era sembrato di entrare in casa mia, ci siamo scambiati molti pareri di salute, dato che avevamo una certa patologia in comune, ricordo che io dovevo fare un intervento e si era rimasto che avrei detto come fossi andata cuando mi sarei ripreso, e così al mio ritorno al lavoro ho spiegato la mia esperienza, sono sincero non vedevo l’ora di essere chiamato da loro per andarli a trovare (ora lo confesso) ma non per i soldi, mi creda e lo può confermare Barbara, per me non erano importanti quanto poter andare a trovarli per scambiare due parole, nonostante io avessi bisogno di lavorare, d’altronde come tutti per guadagnare qualche soldo in più per migliorare il tenore di vita. Aparte cuello uscivo felice, perché parlavamo anche d’altro sia con Dario che con Barbara, ricordo il presepe a Natale, e tutte le conversazioni gradevoli era come andare a trovare un fratello e una sorella (forse meglio) dei veri amici che sono sicuro ti avrebbero ascoltato ed in ogni momento ti avrebbero anche dato sollievo spirituale, mi creda era così. Sono andato a dare a lui un ultimo saluto, nella camera ardente, glie lo dovevo e l’ho fatto più che volentieri perché li volevo bene ed era una persona speciale che non dimenticherò mai. Un forte abbraccio da Marco.

17/settembre 2020
Sono la mamma di Barbara e…la “suocera preferita” di Dario…come mi chiamava lui! ho appena riletto il post di mia figlia e- come ogni volta che ascolto quella storia – rido! ma proprio di gusto! La “vis” comica di Barbara è impagabile…ma ho riletto con altrettanto piacere le risposte di tutti coloro che l’hanno fatto qui, su questo blog…ma sopratutto la sua, caro amico! La ringrazio, tanto, per le belle parole che ha trovate per loro!
mamma di barbara

grazie Marco! Anche se ora rispondo alle tue parole in veste di….(suocera non mi pare una parola adatta….) “mammadue” come mi chiamava Dario. E’ stato per me – non solo l’uomo tanto amato dalla mia amatissima figlia – ma il secondo figlio che avrei voluto avere. Mi piaceva tanto, appunto quando si rivolgeva a me chiamandomi – come appena ho scritto – mamma2! Fra noi due c’è sempre stato non solo l’affetto ma sopratutto IL MASSIMO RISPETTO. E questo è un sentimento che – almeno a mio avviso – non viene gratuitamente, ma te lo devi guadagnare. Credo di aver custodito dentro di me, parole ….importanti e dette solo a me, e non perchè ero la sua “suocera preferita” come diceva sorridendo, ma perchè con me sapeva di poter essere completamente sincero, anche quando veniva assalito da paure e dubbi che per lui erano “inconfessabili” se non a me, un’amica sincera ed in grado di capire quel suo animo schivo. Dovunque sia ora il suo Spirito, “sento” veramente, Dario vicino a noi, a cominciare dalla sua sposa, mia figlia Barbara, che ha tanto amata. Spesso gli dico” a presto, ragazzo mio….” e se puoi…fatti sentire. La voce e le orecchie delle anime si ascoltano e si riconoscono. Sempre.
Ciao ed a presto…ragazzo mio!

…E’ trascorso del tempo, dal mio precedente risponderti, Marco amico di “Dariosky” (così lo chiamavo per scherzare a volte) e forse solo oggi, rileggendo sia il racconto sempre tanto divertente di mia figlia che il tuo commento (posso darti del “tu”…la mia vecchiaia me lo consente) apprezzo meglio questo “mezzo” tecnologico che ci permette di fermare in questo posto parole e sentimenti profondi che a volte – ed a voce – non avremmo il coraggio di esprimere. Maledetto questo nostro riserbo ormai troppo radicato in ogniuno di noi: in questa società malata di conformismo ed ammorbata del timore di “metterci la faccia” come si dice.
Da quella sera maledetta nella quale il mio secondo figlio ci ha lasciati (non riesco ancora a perdonarglielo, questo abbandono) sono trascorsi…giorni? mesi? Poco fa ho anche saputo ridere rileggendo il racconto di Barbara ma…il mio sorridere è stato amaro e subito frenato da uno scoppio disperato di pianto!
Finito – mi son detta! Tutto finito. Spero solo che Dario – dovunque sia ora – riesca sempre, come in questi ultimi giorni, a palesarmi la sua presenza accanto a noi due, che continui a farlo…
Forse se qualcuno stà leggendo queste mie parole e non comprende di cosa stia parlando….Beh! più avanti nel tempo che mi rimane forse le spiegherò meglio…Ma per ora, il suo palesarsi nel nostro Piano di Vita….voglio che resti celato, e riservato solo a noi.
Grazie – ancora una volta – caro amico, per avergli voluto bene, a quel mio “generone” silenzioso e schivo.
Ciao Dario, sei il mio secondo figliuolo d’elezione…ed abiti nel mio cuore, per sempre!
mamma2

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.