Categorie
Il Baldo il magazzino dei ricordi

Dario e gli zingari

“Serena, questa notte te ne vai a casa…qui non “è aria”

“ma nemmeno per sogno Dario! Da qui non mi muove nessuno, là dietro quella porta, c’è Barbara che muore! Lo sai, vero?”

E’ notte fonda e l’ospedale pare deserto, almeno qui, in questo lungo corridoio che finisce davanti ad una grande porta a vetri, dietro la quale c’è il reparto di rianimazione. Ve l’abbiamo portata quattro giorni fa, esanime. In ambulanza, ad un certo punto il paramedico chiede all’autista di mettere la sirena e di andare più in fretta possibile:

“accelera, e metti la sirena: la stiamo perdendo!”

LA STIAMO PERDENDO! Una frase che poi per anni mi ha perseguitata, specialmente la notte, quando tentavo di addormentarmi e mi sembrava di risentirla.

“Serena, non fare la testona; hai visto, qui quanti sono? Stanno urlando tutti e anche se capisco poco ciò che dicono, mi sa che ci saranno guai. C’è una bambina gravissima e pare che l’abbiano portata da un altro ospedale da dove l’hanno spedita qui. Un infermiere dell’ambulanza mi ha detto che è in pericolo di vita e “loro” sono furiosi e vogliono entrare in rianimazione!”

“Loro” sono un nutritissimo gruppo di Rom, ed urlano tutti assieme, tentando di forzare la porta del reparto di rianimazione dove poco fa è entrata una barella.

“Si, ma perché?”

“non si fidano, soprattutto perché nell’altro ospedale sembra che non le abbiano fatto niente, spedendola qui, mi sa proprio per paura di disordini. Povera gente, però!”

“ma perché io dovrei aver paura poi?”

“a volte mi sembri una bambina : ma li hai visti? Sono un’intero “clan” di Rom! Questi non scherzano sai! Se non li faranno entrare a vederla può succedere il finimondo!”

Da quattro giorni e quattro notti ho vissuto in questo corridoio, seduta dietro quella porta oltre la quale potevo entrare – paludata dalla testa ai piedi con un camice bianco – per vedere mia figlia solo una mezz’ora alle tredici (l’altra mezz’ora concessa era per Dario che arrivava in moto dal lavoro) e la sera, seguita poi subito da Dario. Così ci dividevamo il privilegio di vederla, io per prima solo perché allo scoccare dell’ora prestabilita ero già dietro la porta!

La prima volta che mi fecero entrare… sulle prime non riconobbi in quel corpo disteso dal quale uscivano tutta una serie di tubi e tubicini, mia figlia! Non potevo toccarla…, e così le alzai il lenzuolo sui piedi…e poi fino alle ginocchia mentre, pregando, le massaggiavo le gambe, come avevo fatto già tante volte a casa, durante i mesi della malattia per la quale nessuno trovava né risposte, nésoluzioni.

Ed ora, eccomi qui, assieme a Dario più pallidi che mai sotto la luce crudele della lampade fluorescenti attaccate al soffitto. E mi vuole mandare a casa! Nessuno mi avrebbe potuta costringere e lui, anche mentre cerca di convincermi, lo sa benissimo. Ma lo capisco bene dalla sua espressione preoccupata che è davvero in ansia per me. A questo punto però mi chiedo – confusamente – ma perché? Sono quattro notti che resto in ospedale!

Il perché finalmente lo vedo, in quel numeroso gruppo di persone, donne ed uomini, arrabbiati e vocianti. Di solito in quel corridoio c’è silenzio, almeno durante la notte! Ora tutte queste voci irate lo rompono, questo silenzio sacro perché doloroso d’attesa.

Sono donne belle, alte, ingioiellate e riccamente paludate in pellicce lunghe fino ai piedi, ed uomini dalle facce brune…ma….gli occhi! Quegli occhi sono tutti bellissimi e profondi, con una luce quasi feroce nelle pupille, mentre parlano, discutono ad alta voce, con scatti del corpo, delle mani piene d’oro, che paiono frustare l’aria .

Istintivamente vado – come a difendermene – sulla seggiola appena fuori la porta del reparto – che in queste ore – oh! quante ore! – mi ha vista e dove volevo proprio esser vista, ogni volta che da quella vetrata entrava od usciva un medico!

Io ero qui, e non mi sarei mossa, e volevo che “loro” lo sapessero!

No, da qui non me ne andrò fino a che mia figlia non sarà fuori pericolo! E Dario lo sa, anche se continua a cercare di convincermi. Ci vogliamo bene, noi due, e non ci servono molte parole per comprenderci. E lo sa che non mi muoverò da qui, e forse…forse ne è contento eppure, sa anche che è suo dovere convincermi, altrimenti se ne rimarrà lui pure qui, dietro questa porta chiusa!

Cinque giorni fa, era sabato mattina. Stiamo portandola faticosamente sul divano del salone, per permettere al giovane filippino che pulisce casa, di riordinare la camera da letto; quel letto dal quale ormai da mesi non si alza quasi più.

Mentre cerchiamo di metterla comoda, la voce rotta d’emozione di Dario:

“Serena….Barbara non respira!… Non respira!”

Il cuore mi si blocca assieme al respiro e la guardo: gli occhi semichiusi, le alette del nasino di un grigio cinereo…il povero corpo abbandonato fra le braccia di Dario mentre la sostiene.

E lei sembra una bambola di pezza!

“mettiamola distesa, via tutti i cuscini…. Ecco, solleviamole le gambe.. tu , telefona all’ambulanza. Ma che facciano presto….presto!”

“Sì ma tu…che cerchi di fare?….”

“La respirazione…so come si fa… ma accipicchia…sbrigati con quel telefono!”

Chino su di lei, in ciò che appare come un abbraccio appassionato. Lei, incosciente e con le palpebre abbassate, del tutto inconsapevole dello sforzo di Dario mentre le respira il suo respiro fra le labbra. “uno…due..tre…quattro…” e il suo respiro fra le labbra livide….”uno…due..tre…quattro…” .Il movimento controllato delle due mani intrecciate sul petto di Barbara….”uno..due..tre..quattro”

L’ambulanza arriva in 3 minuti al massimo e mentre la portano giù, Dario si precipita per le scale: non vuole dover attendere che l’ascensore risalga: ci vorrebbe troppo tempo. E di tempo…forse non ce ne sarà più.

Chiudo casa in fretta, non so nemmeno cosa dico al povero filippino che non capisce – credo – cosa stia accadendo, e scendo il più in fretta possibile. Appena fuori dal portone faccio appena a tempo a salire sull’ambulanza che riparte in fretta. Dietro di noi, Dario ci segue con la sua grossa moto rombante, guidando pericolosamente fra le rotaie del tram per non staccarsi dall’ambulanza che ora sta ferendo l’aria con la sirena urlante!

Dario sempre dietro, come incollato alle ruote dell’auto. Non ci perderà di vista, lo so benissimo e nessun semaforo potrà fermarlo.

Ed ora…questo!

“Ma poi, di cosa dovrei aver paura?”

“A volte mi sembri una bambina…ma non capisci che sono infuriati! Credono che nell’altro ospedale li abbiano mandati qui perché non sapevano come assistere la loro piccola. E magari..è anche vero! Si saranno accorti che per lei non c’era speranza ed hanno avuto paura delle reazioni della sua gente. Dammi retta Serena, non posso lasciarti qui da sola, lo capisci o no? Ma li hai guardati in faccia almeno?”

Ora Dario è davvero arrabbiato e mi parla con una voce ed un’espressione che non gli conosco. Mi fido di lui, me ne sono fidata fin dalla prima volta che lo vidi, sulla porta, mentre presentandosi mi diceva che era venuto a prendere Barbara; sarebbero andati in discoteca assieme ai loro amici. Era così “bellino”! Al primo sguardo, intimamente “seppi” che era LUI! Lo seppi e basta! Quella sua aria un po’ timida, i suoi modi educati, ma soprattutto ciò che in un attimo percepivo in lui era la bontà, la gentilezza, e la forza di un carattere già ben definito!

Era lui, che sarebbe stato l’amore di mia figlia

Ed ora, mentre mi parla un po’ concitato, ne sento – dietro parole assennate ma decise – il suo affetto. Quell’affetto che – a modo suo, sempre riservato – ho sempre riconosciuto in quel mio dolce e schivo “generone” come lo chiamavo spesso! Intanto vedo tutte quelle persone avvicinarsi pericolosamente alla porta del reparto di rianimazione!

Ma…ma vogliono entrare! S’ammassano, minacciosi davanti ad un paio di medici che si nascondono quasi dietro il battente appena dischiuso. Forse tentavano di spiegare che non si può entrare, così, e tutti assieme! Ci sono ammalati gravi lì dentro!

Ed è a questo punto che Dario si fa largo nel gruppo ormai compatto e si posiziona davanti alla porta, richiudendola. Ora ho davvero paura e vedo il pericolo che poco fa mio genero non era riuscito a farmi avvertire.

Chiamare qualcuno…dietro l’angolo del corridoio c’è la stazione delle ambulanze! Ma Dario ormai è solo impegnato a tenere chiusa quella porta: sta difendendo la sua sposa, che è là, dietro il vetro! E poi, in un attimo di chiarezza capisco che non servirebbe a null’altro se non ad inasprire gli animi. Ora temo anche per lui, per Dario che si sta sbracciando cercando di farsi capire attraverso quel vocìo minaccioso.

Ad un certo punto sembra esserci riuscito in qualche modo! Infatti il gruppo si allontana scendendo dalla scaletta che porta in giardino. Finalmente è riuscito a farsi ascoltare e a far capire loro che tutto quel vociare non sarebbe servito a nulla!: Siamo all’interno di un ospedale alla fine!

A questo punto ho bisogno d’aria ed esco io pure per fumarmi una sigaretta, seduta su di un gradino della breve scaletta. Spesso, in questi quattro giorni e quattro notti, vi ho incontrato anche alcuni dottori, usciti da quella porticina di servizio, proprio come me, per allentare la tensione. Poco fa non capivo la preoccupazione di Dario ma ora…ora mi sento tremare dentro e subito lo cerco, il mio Dario, ora che alla fine il pericolo di quanto poteva accadere in questa notte così “strana” e pericolosa sembra sedato.

Ma se c’è una cosa della quale sono più che certa è che in ogni caso…io da qui non mi muovo!

Dario… Dov’è Dario?

Eccolo che si sta intrufolando fra quella gente esagitata. Si sono raccolti attorno ad un uomo – chiaramente il Capo – dal quale, attendono …ordini? O forse, solo notizie. L’hanno visto parlare fitto fitto con un medico uscito dal reparto e l’hanno pur veduto, mentre scuoteva la testa!

Da qualche minuto non scorgo più mio genero e…me ne preoccupo. Dove se n’è andato?

La sigaretta appena accesa mi disgusta e la butto, ma ne accendo subito un’altra! Dario. Ma dov’è? Che diavolo fa? E perché mi ha lasciata sola? Poco fa non gli davo retta quando mi spiegava il pericolo di rimanere anche stanotte, qui da sola. Ma ora….

Ma eccolo, lo vedo mentre s’avvicina al Capo-Clan. Gli offre una sigaretta, e parla con lui!

Appare calmo, sorridente ma rispettoso.

Come fa a restare così apparentemente tranquillo?

“Ma cosa crede di fare adesso ?”Ogni tanto, accade che mi stupisca davvero.

Intanto il gruppo sembra essersi un po’ calmato e risalgo i pochi gradini rientrando in quel corridoio ora sgombro, di nuovo silenzioso e – mi pare – più squallido che mai!

Ma Dario cosa fa in mezzo a quella gente? E da solo? Non posso fare niente per lui ma sono tanto in ansia! Eppure fin da quella prima volta che lo vidi, seppi che di lui ci si può fidare ma…

Quegli occhi! Quegli occhi troppo brillanti di tutte queste persone che sento per me, per noi, così estranee e tanto diverse. Ora sono davvero in ansia anche per lui, “il mio genero preferito” come lo chiamavo a volte, in uno scherzo solo nostro!

Eccolo che mi cerca, seduta in quella che ormai da tante ore è la “mia” seggiola. Illogicamente mi sono convinta che finché io me ne starò così, a pochi metri dalla nostra malatina…la vita non oserà abbandonarla! In mano, il Juzu che ora dopo ora sgrano durante quelle ore interminabili.

“Eccoti, sei qui! Ascolta: ho parlato con il “capo” e me lo sono fatto amico. Mi ha promesso che sei sotto la sua protezione e quindi…non ti potrà accadere niente questa notte! Dice che penserà lui a te!”

Sono…stranita! Ma capisco dal tono che ne è davvero convinto! Ecco un’altra volta che quel ragazzo”tanto bellino” conosciuto quel tal giorno, si è rivelato proprio per quello che è: un uomo tutto d’un pezzo, coraggioso, deciso, e capace sia di comprendere sia me – non me ne sarei mai andata a casa – sia ciò che ci accomunava a quelle persone: il dolore che alla fine non poteva essere diverso dal nostro, e si è appellato proprio non a ciò che poteva dividerci come usi e cultura, ma a ciò che ci unisce, cioè l’amore e la preoccupazione per la loro bambina.

Ancora una volta mi ha spiazzata! Ancora una volta ha compreso quella che altri avrebbero definito la mia testardaggine, di restare vicino alla mia “bambina” e si è fidato anche di quella mia convinzione secondo la quale io “dovevo” restare lì, vicino a lei, a quella sua sposa tanto amata che stava lottando per la vita.

Sta per raccogliere da una seggiola dove l’aveva appoggiato il casco ed i guanti. Mi guarda…ed il suo sorrisetto che mi piace tanto gli cambia l’espressione degli occhi mentre mi si avvicina, un po’ impacciato, e mi raccoglie fra quelle sue lunghe braccia: e per una volta io sono solo una mamma…una mamma che ha tanta paura e lui un figliuolo che comprende la sua debolezza, e la condivide con un figlio, seppur d’adozione!

Quel gesto mi stupisce, perché mio genero non è tipo da “baci ed abbracci” e proprio per questo glie ne sono grata, ché questa sera ne avevo proprio un gran bisogno!

Questo, era Dario: affidabile, avaro di parole ma generoso nelle sue decisioni, e con la capacità di comprendere anche il dolore degli altri.

Il mattino dopo, appena saputo che la bimba non ce l’aveva fatta, andai a farle un saluto nella camera mortuaria dall’altra parte della strada. Mi accolse qualcuno…non ricordo se c’era anche ieri sera…ma poco importava: sapeva di me e mi aveva riconosciuta, abbracciandomi, in quel loro momento tragico di un dolore che solo chi l’ha provato sa riconoscere.

“il mio genero preferito”: a me piace ricordarlo così

Latest posts by Alma Serena Guolo (see all)

25 risposte su “Dario e gli zingari”

Bellissimo post, lo descrivi com’era: è lui. Mi ha commossa. Ci sono persone che lasciano un vuoto incolmabile e Dario è tra questi. Sono tante le cose che vorrei esprimere, troppe: un commento è uno spazio inadeguato… o forse preferisco tenerle per me.

Appena scritto..non hai avuto il “coraggio” di leggerlo! e ti ho compresa benissimo ma…ora che l’hai fatto e postato, qui nel nostro blog…lacrime che non ho ancora versate…o almeno non abbastanza. Grazie Barbara, grazie per avermi detto che l’ho descritto…proprio com’era…e che l’hai riconosciuto nella mie parole! Lo sai, che mi sento come una madre orbata! Dario era per me, non solo l’uomo che mia figlia amava, ma il figlio che – moltissimi anni addietro, non mi sono potuta concederere! E tu ne conosci il motivo ma…la Sorte, alla fine, quel figlio me l’ha pur concesso ed era Dario!
– Dovunque tu sia, e credo con tutta me stessa che TU CONTINUI AD ESSERE – stacci vicno, ed ogni tanto, se puoi…se non ti costa troppa energia il farlo…fatti “sentire” come stai facendo spesso!
mamma 2! a presto…”Dariosky!

Dario era proprio così, di poche parole ma gesti nobili. Molto concreto ma anche dolce. Ho mille ricordi legati a lui, e Serena con il suo scritto me li ha portati alla luce tutti. Grazie ❤

…grazie lo voglio dire io! Grazie a tutti voi – in questo spazio – che ci aiutate a continuare con il ricordo, a far vivere in questa dimensione meramente umana e spesso…risibile, la presenza affettuosa di chi l’ha conosciuto.

grazie…di quel “come sempre”! Mai come in questo caso iL “come sempre” ha un ben ben altro grande significato per me! “come sempre”… significa che il tempo è solo un’invenzione solo di noi umani, ed esiste solo per noi! “come sempre” ci ricorda che tutto ha una sua logica fine, ma non l’Amore…non il Ricordo di chi si ha amato e che…”come sempre” continuerà ad esserlo, attraverso l’Universo, che non conosce nè distanze, nè tempo!…

grazie, cara AMICA! Sò di poterla chiamare così! Lei….che sà…che conosce questo immane dolore…
Per me – ora – sarà lei stessa un insegnamento per “saper” continuare a vivere. Dario ce lo chiede.
alma serena

ti ricordo con affetto….eravamo a scuola insieme…al liceo…ed eri proprio così….eri buono e dolce…ciao Dario…ovunque tu sia 💔

Non so dove, non so quando. I ricordi purtroppo si appannano e la memoria comincia a scherzare. Penso di aver conosciuto Dario in uno dei tanti raduni del VIC, ma non ha importanza. L’ho veramente conosciuto su FB qualche anno fa e sono stato catturato dalla sua voglia di lottare e di vivere. Il racconto poi è di una bellezza unica. Complimenti. La vita ci porta dove lei decide, a noi resta solo il compito di assecondarla. Un grosso abbraccio.

Grazie…non so dire che…grazie! Grazie a tutti voi che mi dite di aver letto queste mie parole che – troppo debolmente però – mi aiutano a ricordare.
Ringrazio anche il Destino ( se vogliamo chiamarlo così) che mi ha offerto in quresta mia vita, che di dolori non è stata avara…un uomo come Dario accanto a mia figlia ed a me…Gli ho voluto tanto bene, veramente, e non come “suocera” ma come Mamma2, come mi chiamava affettuosamente Dario.

Non è un racconto che volevo scrivere! Ma un pezzetto di “vita vissuta” accanto ad un uomo che ho considerato – fin da quel primo momento – come un figlio. E gli sarò sempre grata per avermi considerata – come diceva lui – Mamma 2 ! E me lo dimostrò in tante occasioni.
Che vuoto! Che vuoto incolmabile però!

Si! davvero tanto Amore fra noi. Un amore parco di esternazioni ma profondo di consapevolezza. Ma non solo amore, ma sopratutto, grande rispetto reciproco che non necessitava di parole.E tutto ciò accadde subito, fin da quel primo momento, quando in quel sabato di giovinezza, venne a prendere Barbara per accompagnarla in discoteca. Com’era….bellino…quel ragazzone lungo e snello che mi chiedeva, con un po’ di timidezza…se mia figlia fosse pronta! E io, “sentiii” …diosolosàcome….che Dario sarebbe stato il “LUI” DELLA VITA DI MIA FIGLIA!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.