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gli imperi della luna il magazzino dei ricordi Un Uomo

Un Uomo


Alberto scappò da casa che era solo tredicenne, per protestare contro una situazione familiare che allora non poteva capire. Era il 1925. Sua madre voleva farlo cercare dai carabinieri, suo padre disse: “lascia stare, se ha la stoffa del delinquente, lo diventerà comunque restando a casa, se non ce l’ha, diventerà un Uomo”.
Diventò un Uomo.
Di quelli che si incontrano forse una sola volta nella vita, o forse mai.

Da Lendinara, in provincia di Rovigo, approdò a Bologna e ne fece la sua città di adozione. Lavorando, prese il diploma di media superiore ragioneria, forse, studiando la sera, e a quell’epoca erano pochi i diplomati. In seguito, divenne giornalista e scrittore, ma già dal primo tentativo di avviarsi alla carriera letteraria, durante un concorso, scoprì quanto quel mondo fosse fasullo, con i suoi giochi sporchi, che lo disgustarono e lo indussero a lasciar perdere, con amarezza.

Anni dopo la sua morte, si scoprì per puro caso che nei testi universitari è citato come un importante esponente del futurismo.

Fu patriota ma non fascista, incontrò la sua sposa alla vigilia della partenza per la guerra; le scrisse un telegramma: “io parto. Sposiamoci o lasciamoci”. Lei rispose: “sposiamoci”. Fu una passione coniugale che durò tutta la vita.

Si cambiarono i nomi: lui e solo lui, la chiamò Thea perchè quando la conobbe, lei indossava un abito giallo Thea; lei lo chiamò Marco, nessuno saprà mai perchè, e solo la nipote lo chiamò con quel nome, oltre alla sposa.
Rischiò la corte marziale per stare ancora una notte con sua moglie prima di partire; durante una licenza misero in cantiere una figlia. Si guadagnò qualche medaglia al valor militare, alla quale non diede alcun peso: finirono in un cassetto, dimenticate.

Tornato dalla guerra, lo misero in quarantena su una spiaggia assolata del sud, senza riparo. Alla fine, era quasi irriconoscibile persino per sua madre: magro da far paura e abbronzato come un abissino. Parlando di quei dieci anni di fronte, lo faceva con molta autoironia, dicendo di sé “quando ero in guerra a giocare all’eroe”, mentre un pensiero gli aleggiava sulla testa “e mia moglie, a casa, era la vera
eroina”.

Non raccontava mai quello che aveva vissuto: troppo dolore, troppe atrocità videro quegli occhi. Ne ritornò sconvolto e quella gran donna di sua moglie gli disse: “ho mandato avanti la baracca per dieci anni, posso farlo ancora: tu hai bisogno di dimenticare” e, tramite uno zio prelato, riuscì a farlo accogliere al monastero di Camaldoli, nel casentino, che allora era meravigliosamente ignoto: oggi non resta
ormai nulla della sua antica magia, di quel misticismo che forse nemmenole le Carceri di Assisi eguagliano.

Visse per un anno all’eremo, in una cella, condividendo in parte la vita dei frati e scrivendo il suo libro. Gli diedero una cocolla, il mantello bianco col cappuccio dei camaldolesi: fa freddo, lassù, e la neve isola per quasi tutto l’inverno la comunità.
Le celle sono poche e molto antiche: una doppia fila di minuscole casette, una per ogni frate, attraversate da un viale, dietro un cancello e di fianco alla chiesa barocca, con l’orto sul retro e il giardino davanti. Attraverso una ruota, i confratelli, ancora oggi come allora, passano i pasti agli eremiti e l’unica fonte di calore è il caminetto. L’ interno è più che spartano: pareti e pavimenti in legno per trattenere ilcalore, una cuccetta come letto, un tavolo accanto alla finestra e una libreria.


Varie volte Alberto partecipò al mattutino, ascoltando i canti gregoriani dei suoi nuovi compagni. Qualche volta sedeva nei banchi ad ascoltare l’organista che studiava. Non si parlava: all’eremo c’è il voto di silenzio, ma a volte scendeva alla foresteria e pranzava nel refettorio con i frati, intrattenendosi fino a notte fonda con
il priore in conversazioni di grande interesse: i camaldolesi sono un ordine superiore, dedito allo studio e tra loro si trovano uomini di grande cultura, oltre che tesi all’evoluzione spirituale.


Scrisse della guerra e dell’immediato dopoguerra. Dopodichè, archiviò l’argomento per sempre.
Poi tornò ad una vita normale, ma forse sarebbe meglio dire che la iniziò.


Scriveva per se stesso, spesso si trovava con amici letterati: discutevano davanti al caminetto -che nelle sue case non mancava mai- a volte tirando l’alba sull’uso di una virgola.
Aveva un’abilità manuale straordinaria e seppe sempre trasformare con ingegno e fantasia le case che abitò, sempre meravigliosamente accoglienti e “vive”.

Aborriva quello che oggi chiamano “pensiero unico”, lui lo chiamava portare il cervello all’ammasso: era un libero pensatore ed il suo motto era: “peggiore, ma diverso”


A Natale, il vicinato veniva ad ammirare i suoi presepi, decisamente fuori dal comune: iniziava due mesi prima a lavorarci, costruiva la struttura e poi l’impianto elettrico, a volte mandando tutto in corto, perchè c’era dell’acqua vera nel suo diorama: pozzi, laghetti, ruscelli e poi monti e valli, sotto un cielo stellato: una lucina per ogni stella; sua moglie era addetta “ai costumi”: vestiva le statuine e confezionava minuscole tende per i Magi, con microscopici cuscini di broccato
all’interno.

Alberto manifestava la sua profonda fede in questo modo e nella vita di tutti i giorni, perchè in chiesa ci andava poco.
Dovendo anche lavorare, fu un artista prestato al business ed anche nell’attività si distinse per il suo valore, senza conoscere l’arroganza. Finì la sua carriera come consulente di organizzazione aziendale.


Era uomo di grande rigore, ma solo con se stesso, disponibile e generoso con tutti, forse anche troppo…I giovani lo amavano. Aveva un grande fascino ed un senso innato dell’eleganza; non era alto ma nessuno se ne accorgeva, in parte per il suo portamento, ma forse giocavano un ruolo anche lo spessore dell’anima e la statura
morale, percepibili al primo sguardo. Era indubbiamente un uomo carismatico, un vero capo: non autoritario ma autorevole, sapeva aggregare il consenso, convincendo con la forza delle argomentazioni. Era un abile oratore dalla dialettica raffinata.
Rideva raramente, più che altro sorrideva, ma non era severo nei modi e nemmeno un uomo troppo serio, anzi! La sua compagnia era sempre ricercata e, anche se non rideva spesso, sapeva far ridere gli altri.
Un uomo pieno di coraggio, ma anche molto romantico e sensibile, capace di vagare per ore nelle stradine di un antico borgo sotto la luna, dialogando con se stesso; amava condividere tutto questo con chi amava.
Insegnò alla figlia e alla nipote a scrivere, ma soprattutto a vivere e pensare, a non portare il cervello all’ammasso e conservare libertà e autonomia di pensiero.
Quest’uomo straordinario era il padre di mia madre.


Si trasferì di nuovo a Bologna quando ero ancora piccola: intrattenevamo rapporti epistolari e appena possibile, li andavo a trovare. I Natali più belli sono nei miei ricordi, con loro. Una volta si travestì da Babbo Natale, portando i doni in un grande
sacco sulla spalla. Quell’anno c’era tutta la famiglia al gran completo: una tavolata davanti al grande caminetto di quella casa antica, nel centro storico. Il suo “studiolo” -un pensatoio irrinunciabile per lui, ovunque andasse- era ricavato nella legnaia; un luogo incantato per me, nel quale avevo il permesso di rifugiarmi con la scusa dei
compiti di scuola. Potevo attingere alla sua biblioteca e lui aveva nascosto i libri poco adatti alla mia età, ma io li trovai…


Nel suo girovagare per l’Italia, di tanto in tanto organizzava i “girotti”, come li chiamava lui: portava con sé le sue donne e, mentre assolveva gli impegni di lavoro, noi facevamo le turiste secondo le sue indicazioni e quando aveva finito, si univa a noi per completare insieme il giro delle visite: era una guida d’eccezione, con una cultura enciclopedica.

Appena fui in grado di farlo, mi insegnò a tenere il diario di bordo.
Una volta ci portò all’arena di Verona a vedere l’Aida: era la mia prima volta, avevo forse 12 anni, lui era felice di avere tutte le sue donne con sé e quella volta per tutto il percorso ci fece morire dal ridere, parlando in veneto e inventando lì per lì una macchietta. Scoprii un altro dei suoi personaggi…


Era un guidatore infaticabile: macinava chilometri come niente fosse e non ebbe mai incidenti, ma una volta ritornò a casa inaspettatamente. Era estate e per viaggiare col fresco era partito dopo cena. Verso mezzanotte lo vedemmo rientrare: in una stradina sui calanchi, in quella notte senza luna, aveva investito un animale, che rimase ucciso. Tornò a casa, non se la sentiva di proseguire, doveva metabolizzare quel dolore.

Era un uomo tutto d’un pezzo, oggi si dice “un duro”, ma con un grande e tenero cuore. Una grande anima. Ricco di valore e talenti, aveva il dono dell’umiltà e nell’età matura, sviluppò una profonda saggezza ma rimase sempre profondamente umano.
Nel periodo dell’adolescenza, dopo cena mi invitava a fare un giretto sulle colline bolognesi, quasi a passo d’uomo, senza parlare: ognuno assorto nei suoi pensieri, ma con la consapevolezza di un momento di vera unità: io sentivo la sua grande presenza al mio fianco e la sua empatia verso i tormenti di quella difficile età.

Fu la colonna portante di tutta la famiglia. Anche mio marito lo adorava e lo volle come testimone alle nostre nozze.

Alla fine di dicembre del ’79, si dovette ricoverarlo all’improvviso, non ci fu nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo e il 5 di gennaio se ne andò.
Mi rendo conto che questo scritto è inadeguato a descriverlo: non basterebbe un romanzo, ma ho voluto dedicargli questo omaggio perchè oggi è l’anniversario della sua nascita. Ho acceso una candela davanti alla sua foto e ho deciso di scrivere di lui, perchè dopo 40 anni, la nostalgia è ancora viva e il vuoto che ha lasciato dietro di sé, incolmabile. Ma non celebro mai quella gelida giornata di
gennaio, non voglio ricordare il rumore terribile della prima palata di terra quando lo seppellimmo, né la disperazione delle sue tre vedove (noi, le sue donne). Voglio celebrare la sua nascita, il giorno che la vita mi fece questo immenso regalo e questa persona straordinaria vide la luce. Un uomo fuori del comune, ma soprattutto un Uomo: il più importante della mia vita; gli devo moltissimo e considero un privilegio aver partecipato alla sua avventura sul pianeta, averlo avuto nella mia.
Penso spesso a tutto quello che mi ha lasciato come patrimonio genetico e come insegnamenti e sorrido a volte nel riconoscere i suoi tratti in me, nella consapevolezza che lui vive ancora, dentro e attraverso di me.

Cyranaforever
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Di Cyranaforever

"...io procedo e sono, in piena lucentezza, piuma di indipendenza, pennacchio di franchezza" (E.Rostand)
Cercavo la Via, ora sono in cammino.
Libertà di pensiero è il fil rouge di questa avventura umana, ma sicuramente lo sarà anche per le prossime.

29 risposte su “Un Uomo”

Fin dalle prime parole si capisce che il sentimento che nutri per questo uomo meraviglioso e’ infinito e ancor di più terribilmente pieno di dolore per la mancanza che hai nel cuore di questo uomo così grande di altri tempi che ha amato e che amate così tanto da non riuscire persino a dirlo ma che riempie la vostra vita trasmettendovi tutta la sua purezza d’animo

Si, un grande Essere, qualcuno direbbe una delle grandi fortune della mia vita, chi pratica il buddhismo sa che me lo devo essere meritato in qualche vita. A breve inizio un milione di Daimoku per riaverli tutti nelle prossime vite. Rivoglio Dario e tutta la mia famiglia esattamente com’era…la Legge avrà un gran daffare (lol). Camaldoli purtroppo è stata scoperta… bisogna andarci in inverno per ritrovare la sua magia e il suo misticismo.

Sono quasi stufa di ripetermi.. bellissimo racconto e ricordo piacevolissimo da leggere ma…. mi chiedo se ci sia un legame sul fatto che Dario ammirasse e volesse bene a tuo nonno e che , anche lui , sia mancato in pochi giorni e quasi nello stesso periodo …

Grazie Anna 🙂 facevo la stessa riflessione giorni fa… tutti gli uomini della mia vita se ne sono andati giovani e in inverno, papà addirittura il giorno del compleanno di Dario… nonno a gennaio a 68 anni, papà a febbraio a 67 e Dario a dicembre a 65. Dario non potrebbe trattenersi dal farci una battuta: “meno male che i maschi di famiglia sono finiti, se no ci sarebbe da toccarsi…” Anche Dario piaceva molto al nonno. Spero che siano insieme adesso, a fare quelle lunghe chiacchierate davanti al camino che non c’è stato il tempo di fare qui.

Grazie Barbara! Anche lei ha percepito il grande amore che si cela dietro le parole… E’ proprio vero che “forte come la morte è l’amore”…anzi io dico “più” forte della morte: “non lo spazio divide le persone, né la morte le separa” (mi si perdoni l’autocitazione 🙂

Sei stata fortunata ad averlo avuto ..sei stata fortunata ad avere tutte le persone che hai avuto accanto,nei momenti di sconforto pensa a questo!!❤️

si, lo dico sempre: la mia famiglia è stata la mia grande fortuna, l’ho usata tutta lì la dose riservatami, ma è stata spesa bene. Ringrazio la Vita tutti i giorni per questo. La fortuna non è gratis: si accumula vita dopo vita ma sarebbe un discorso troppo lungo… Chi mi ha preceduta nel ritorno a casa vive nel mio cuore…

scusa…ma devo rimettermi davanti al P.C….solo dopo essermi asciugata le lacrime! Hai composto una “cronaca” precisa ed essenziale ma…proprio in questa essenzialità voluta, è così facile leggere un rimpianto così grande, del quale non si osa parlare.
grazie Barbara…che’ io non l’avrei saputo fare!. ohhhhhh! meglio non sprecare altgre parole: sarebbero tutte riduttive.
mom

beh! tu sai come la penso, e del resto, condividiamo ciò che è Essenziale nella vita. Sai anche – ad esempio – che qualche giorno fa, dopo aver terminato di scrivere un futuro Post proprio sul nonno Marco…mi sono talmente commossa…da sentirmi certa che – mentre scrivevo – babbo mi era accanto ( scrivevo di un ricordo…suo, in guerra e che per caso avevo potuto ascoltare) e mi suggeriva la parole! Vero o non vero…io sò la sensazione che ho provato e…non è la prima volta! Quindi…tutti i nostri cari…sono solo in una dimensione diversa da questa nostra, ed è là che li ritroveremo…prima o poi.
mom

Leggo sempre le tue storie, i tuoi ricordi di famiglia. Ricordare tiene in vita le persone amate. Grazie di avermi presentato il nonno Alberto 😊

I nonni… Quando si è giovani la loro presenza si dà per scontata, poi ci si avvicina alla loro età e si riscopre l’importanza del grande patrimonio di storie, pensieri e azioni che ci lasciano in dote.

I racconti tuoi e di tua mamma mi portano sempre indietro nel tempo, mi lasciano un velo di malinconia ma anche il desiderio di leggerne subito un altro. Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere questo grande nonno e il mio ricordo è quello,di un uomo di grande fascino ed eleganza, ma anche cordiale e semplice. Il giorno del tuo matrimonio era, forse, il più emozionato. Le tue parole sono dense di amore e di rispetto. Traspare tutto l’orgoglio di nipote.
Sono felice ed onorata di avervi tutti nel mio cuore.

è bellissimo questo scritto, Barbara!! Era un po’ che non ti leggevo ma ho riconosciuto subito il tuo stile, così dolce e profondo: già alle prime righe mi sentivo come se fossi tornato in un luogo a me caro e ben conosciuto. Ed ecco da dovei hai preso tutta quella creatività per fare i tuoi bellissimi presepi. Ora tornano i conti! 😀
Ti mando un abbraccio forte con gratitudine. Tu, come tua mamma, hai questa meravigliosa capacità di farci viaggiare attraverso il tempo verso i luoghi meravigliosi dei vostri ricordi.

grazie hermano! davvero un bellissimo commento. La mamma sta scrivendo un post sul suo primo presepe di bambina: fatto dal nonno, al quale non sono degna di allacciare i calzari: trovi belli i miei ma non hai idea di cosa fossero i suoi! E non c’erano i mezzi di oggi! Ma lui mi ha dato molto di più, a livello di DNA e di insegnamenti di vita, di scrittura, di studio, di ragionamento, di organizzazione mentale, di indipendenza e libertà di pensiero. Gli devo davvero tantissimo! E’ bello scrivere per condividere il meglio della propria vita con chi è in grado di recepirlo e apprezzarlo (e questo vale per tutti i frequentatori di questo spazio della memoria e dell’anima: panoranima, appunto… 🙂

è emozionante la vita vissuta da questo grande uomo, mi ricordo quando arrivava con sua moglie era una festa tutte le volte: erano speciali

[19:33, 29/11/2020] Andrea A. non so’ come descrivere il sentimento che provo quando leggo questi racconti: rischierei solo di usare parole ” troopo piccole”!!! Vi ringrazio di cuore!!! sono sicuro che sono pochissime le persone che hanno la fortuna di leggere i racconti della loro famiglia!!!

Anche non conoscendolo, ho compreso ogni parola e assimilato il racconto con molta attenzione.
La guerra lascia moltissime problematiche a livello psichico, ai tempi d’oggi c’è lo psichiatra, ma lui ha fatto un percorso spirituale senza prendere una pillola, ed e questo che lo ha salvato, anche la sua forza interna. Sorprendente il resto del percorso della sua vita.

grazie per il commento, Marco. Si, un uomo fuori dal comune e fuori dagli schemi: non catalogabile, non etichettabile. Lui inorridiva sul portare il cervello all’ammasso. Il suo motto (e mi dispiace di non averlo scritto nel post ma sono ancora in tempo) era: “peggiore, ma diverso”

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