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gli imperi della luna il magazzino dei ricordi

La Casa della Musica

dal magazzino dei ricordi: “la mia” Casa Salomoni

Ho imparato ad amare la musica prima di nascere: mia madre studiava da concertista di pianoforte mentre era in attesa. Poi studiò e basta, trasferendo le proprie ambizioni sulla carriera di mio padre, “il bel tenore”. Da piccola l’accompagnavo a lezione e, pur essendo vivace, me ne stavo buona ad ascoltarla, anche quando studiava a casa.
Capita, camminando per strada, che dalle finestre piovano le note di esercizi al pianoforte, oppure che ti colgano, inattese, mentre sali le scale. Io mi fermo sempre ad ascoltare, mentre i ricordi volano su quell’armonia……


Rina Salomoni era una donna straordinaria, musicista e poetessa di grande cultura; inizò tardi gli studi e, a dispetto del maestro Guarino che fece di tutto per scoraggiarla, si diplomò al conservatorio.
Fondò una scuola e insegnava insieme alla nuora, Clelia. Il figlio era un tipo singolare: artista prestato a quello squallido mondo che è la Banca, suonava perfettamente il piano senza averlo studiato e senza conoscere la musica.


Casa Salomoni era un luogo magico: una villetta liberty a due piani con un minuscolo giardino sul retro, al quale si accedeva direttamente dalla stanza dove mia madre prendeva lezione; nella bella stagione mi sedevo sui gradini ad ascoltare. Al piano di sopra insegnava Clelia e c’era anche un pianoforte a coda in una terza sala, che serviva per le serate musicali e per quando veniva il maestro Guarino che esaminava gli allievi a fine corso. Me lo ricordo, il Maestro: assomigliava a Beethoven e incuteva un timore reverenziale, soggiogando tutti con la sua personalità ed il suo genio.


La casa era piena di orologi a pendolo, che suonavano tutti insieme; quella casa aveva un fascino particolare e un po’ misterioso, denso di ricordi; traboccava di oggetti d’arte e bei mobili austeri, tranne in sala da pranzo: allegra e confortevole, era anche la sala di musica di Rina, che divenne anche la “mia” maestra, al compimento dei cinque anni. Era straordinaria con i bambini e nata per insegnare, non solo musica. Aveva capito che la mia attenzione era intensa ma breve: ogni tanto mi faceva fare un giro intorno al tavolo per scaricarmi e aveva colto il fatto che mi annoiavo senza sfide, quindi era passata presto a pezzi più avanzati di quelli adatti alla mia età: per il primo saggio scelse l’Improvviso di Rinaldi, che non è un brano da bambini.

Detestavo gli esercizi dell’ ”Hanon” ma li sopportavo perchè erano le stesse scale che faceva la mamma, quando iniziava a studiare. Per insegnarmi la musica, a solfeggio, escogitava sempre nuovi giochi e ricordo il do maggiore, il “papà col cappellino in testa” e “sol crapapelada”. Non è facile insegnare musica a un bambino di 5 anni, ma lei ci riusciva e la lezione diventava una magnifica avventura, la scoperta di un mondo fantastico.


La cosa più straordinaria di quella casa però era la musica: una casa sempre piena del suono di almeno due pianoforti, spesso tre, quando c’era anche il Maestro Guarino e sembrava restare attaccata alle pareti, quasi che queste potessero “ricordare”: le vibrazioni sottili delle note permanevano nell’aria, anche quando i pianoforti tacevano.


Verso i 7 anni fui ammessa a qualcuna delle serate musicali di Casa Salomoni, che tra i suoi allievi annoverava musicisti poi diventati noti, come il Maestro Negri. Ricordo com’erano eleganti le signore e l’attenzione assorta dei presenti durante le esecuzioni, la stessa unità creata dal comune amore per la musica che ritrovai più tardi ai pomeriggi di zia Butti. I miei genitori erano bellissimi e giovanissimi; mamma era sempre la più elegante e papà teneva banco con battute di spirito insieme al figlio di Rina, Venusto: alto, snello, con un portamento un po’ dinoccolato, un sorriso ironico quasi perenne e la risata pronta. Non ho mai capito come uno così fosse potuto finire in banca e infatti lui si “vendicava” improvvisando al piano tra lo stupore generale per un talento così sfacciato e immeritato (non aveva mai studiato musica) e scrivendo libelli e poesie goliardiche, con le quali metteva il mondo alla berlina. Eccolo, in un suo autoritratto in versi:

Chi sono io, voi forse non sapete.
Eccomi: riso, scherno, frizzo, lazzo,
un tipo che s’appressa molto al pazzo,
ma pazzo non lo è: non fraintendete!

Artista, questo si, non c’è che dire,
io suono, scrivo, recito, compongo
ed in berlina qualche volta pongo
il mondo, ma lo fo per non morire.

Poi sono lungo, secco, sgangherato,
trascino un brutto naso tutto storto,
non grido se non sono stuzzicato,

non strillo quando so d’avere torto,
sei mesi all’anno sono innamorato,
gli affanni della vita ben sopporto.

Sua moglie, Clelia, era una bella romana simpatica dai modi spicci e se alla riunione partecipava anche il fratello, medico, le risate raddoppiavano. Una volta, durante un’esecuzione, si spezzò un’unghia ma lei continuò a suonare e al termine, la tastiera era bianca, nera e rossa. Fumava come una turca e una volta mi fece lezione, in assenza di mamma Rina: un metodo d’insegnamento completamente diverso e quella fu una lezione memorabile “da adulta”: A quel tempo Clelia non seguiva i ragazzini, forse perché non ebbe figli.

Ogni volta che sento delle note al piano, si apre questo cassetto del magazzino dei ricordi e allora li ritrovo tutti e rivedo quella casa, col minuscolo giardino fiorito e gli avari raggi di sole, ma illuminata dalla musica, onnipresente.

Rina è mancata ad una veneranda età, sotto il casco del parrucchiere, Clelia e Venusto non hanno avuto figli e lui, rimasto vedovo, è stato accudito nell’ultimo periodo dall’antico allievo della Scuola, il Maestro Negri, che visse in quella casa, lasciatagli in eredità, fino al momento di raggiungere i suoi Maestri: chissà come si divertono a fare musica, se è vero quello che ci insegna Yogi Ramacharaka.

Avrei voluto chiamare il Maestro Negri per chiedergli di andarlo a trovare e respirare ancora l’atmosfera magica di quella casa, ma lasciai sempre perdere, temendo di trovare dei cambiamenti: preferisco ricordarla com’era.

gli piaceva giocare e scherzare… qui sono nella casa al mare e papà gioca con Mamma Rina al piccolo maggiordomo 🙂
Cyranaforever
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Di Cyranaforever

"...io procedo e sono, in piena lucentezza, piuma di indipendenza, pennacchio di franchezza" (E.Rostand)
Cercavo la Via, ora sono in cammino.
Libertà di pensiero è il fil rouge di questa avventura umana, ma sicuramente lo sarà anche per le prossime.

9 risposte su “La Casa della Musica”

Bellissimo questo racconto, sei riuscita a farmi immergere in questo tanto da sentire il suono dei pianoforti.
Bravissima Barbara

…..non l’avevo ancora veduto…machebello! Ed ANCHE LE DUE FOTOGRAFIE…QUANTI RICORDI… e questi, sono riccordi belli…anzi bellissimi! Grazie Barbara, per averli qui riproposti. Ogni volta che qualcosa mi rammento sia mamma Rina, che Clelia o Venusto… ne sento rinnovellarsi la mancanza, come fosse avvenuta solo ieri. Ma non è così, che’ di anni ne sono passati da allora…troppi ed a volte troppo dolorosi. Eppure – come ogni volta che me la prendo con un fantomatico “karma” (volete chiamarlo destino? va bene egualmente…) subito mi devo rimangiare le mie lamentazioni..
Ho ricevuto dalla Vita, tanto…ma tanto…e quel “TANTO” sopratutto a merito di queste persone, in quella che ormai conosciamo tutti come la famosa” CASA DELLA MUSICA”! .
Ma il mio ringraziamento deve estendersi – anzi ampliarsi – ai miei tanto amati mamma e babbo che – solo per quella loro decisione di farmi studiare il pianoforte – hanno permesso la mia forse più significativa esperienza di Vita.
Quanti sacrifici hanno certo dovuto fare e per questo non li ringrazierò mai abbastanza e…non solo per questo!

Ma per raccontare dei miei due genitori…dovrò fare un racconto, solo per loro.

grazie 🙂 Si, lo dico sempre: la mia più grande fortuna è stata avere una famiglia che ha saputo regalarmi un’infanzia felice e tanto amore e un marito che ha saputo amarmi ed accettarmi per come sono (e sono consapevole che non è stato facile per nessuno di loro…)

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