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La pieve maledetta

IL CEPPO SACRIFICALE – LA PIEVE DI THO’

“Fermati! ho visto un cartello”

“Ma quale cartello…la strada la conosco…torniamo sulla via Emilia”

“Ferma ti dico! c’era scritto “la pieve di Tho’! Andiamoci!”

“E va bene…non sei ancora stanca?”

Dario torna un poco indietro, finché alla fine scorge il famoso cartello, semi nascosto dalla grande siepe impolverata.

La bella giornata di sole sta volgendo ad un meriggio quieto; l’aria è leggera, profumata dai sentori della terra ancora calda di quella giornata d’agosto che abbiamo trascorso su e giù per i vicoli in salita del piccolissimo borgo storico di Brisighella. Era da tanto che si parlava di venirci, attirati non solo dalla bellezza del luogo ma soprattutto dalle antiche leggende che hanno sempre voluto che quel pugno di case basse ed antiche un tempo fosse abitato dalle streghe. Il borgo affascinante e romantico, il castello medioevale là, sulla cima di uno sperone di roccia, ci ha conquistati.

Il sole sta percorrendo un cielo senza nubi e già basso verso l’orizzonte della bella campagna romagnola. Pieve di Tho’… Simile a Thot, il Dio egiziano inventore della scrittura e dell’alchimia: strano nome, nel bel mezzo della Romagna!

Grandi alberi secolari ombreggiano una piccola radura silenziosa: solo lo stormire dei rami alti, ancora illuminati dal sole ed investiti dalla brezza leggera che sul prato non si avverte. In lontananza, il brontolio monotono di un trattore ma anche quel rumore qui arriva attutito ed anacronistico nell’atmosfera che ci accoglie, come un angolo di mondo incantato ma estraneo e che sa di….diverso, di lontano ed alieno al mondo che conosciamo.

Ecco la Pieve : una piccola chiesa all’apparenza modesta, dove l’intonaco sbrecciato denuncia un totale abbandono. Tutto qui? Ce lo chiediamo mentre proviamo ad entrare dalla porta sbarrata con battenti di legno imbiancato dalle intemperie. Eppure deve pur esserci qualcuno!

Accanto, dietro un vecchio cancello di ferro, una piccola costruzione ad un solo piano dalle persiane di legno scrostate e dal colore quasi cancellato. Un campanello….ma sembra non funzionare affatto! Finalmente, già quasi decisi a tornarcene via, dal portoncino della casa emerge un vecchio tutto rattrappito, forse il guardiano , e chiediamo se possa farci visitare la pieve. Ormai non ci speravamo più. Il piccolo vecchio grinzoso alla fine rientra nella casa – senza proferire parola – per poi ricomparire poco dopo sulla soglia del portale della chiesetta, sormontato da un tettuccio con un paio di colonne a sostenerlo e che sta spalancando per noi. Beh! – ci diciamo con uno sguardo – entriamo!

I nostri passi risuonano sull’antico pavimento sconnesso della navata centrale delimitata da una fila di colonne antichissime, una completamente diversa dall’altra. Che stranezza, anche questa! Due piccole navate laterali dove si intravvedono appena resti di affreschi per lo più cancellati dal tempo. Un profumo di antico incenso ormai raffreddato, un sentore di polvere vecchia in quella semi oscurità rischiarata solo dalla luce che entra dal portale spalancato. L’ogiva in alto ha i vetri tanto opachi che quasi non lasciano passare la luce. Completamente soli – il custode se n’è andato – in un silenzio diverso da ogni altro e che pure sembra sussurrare qualcosa che non comprendiamo. L’abbandono è ben visibile, ma non è solo per la polvere che vela ogni cosa, anche alla poca luce che entra dal rosone, là in alto, dietro l’altare. Eppure….qui pare di ascoltare voci lontane di litanie dimenticate in un ricordo ignoto. Non so cosa ci aspettavamo da questo luogo, ed apparentemente non c’è nulla che stimoli la fantasia: solo la file di colonne basse, sicuramente arrivate ognuna da luoghi diversi. Ma perché proprio qui? e perché tanto abbandono? La luce dorata del sole all’esterno e che immaginiamo, più che vederla, stride con l’alito antico ed in qualche modo inquietante che abita questo scenario avviluppandoci, lontano da noi che pur ne calpestiamo le antiche pietre, in un velario di lontananze imperscrutabili e che pare respingerci come intrusi indesiderati. Il silenzio riempie le brevi navate; non una luce, una candela, davanti ai piccoli altari in ombra. Fuori ferve la vita, ma qui c’è solo un respiro troppo antico e forse troppo lontano che ci mette a disagio. I miei due compagni si avviano verso l’uscita ed ormai penso di seguirli: il solito brivido freddo che conosco bene e che mi coglie sempre in presenza di cose segrete ed inspiegabili. Mi guardo d’attorno ancora una volta: sto cercando, ma non so cosa, forse un motivo per non andarmene, non ancora.

Quasi dietro all’altare, c’è una piccola scala che scende e me ne sento attratta mentre cerco di scrollarmi di dosso questa specie di timore.

Cerco con il piede i gradini lucidi e resi sdrucciolevoli forse dall’usura dei secoli dai molti passi che li hanno calpestati. La ragione mi dice di fermarmi, che non può esserci nulla laggiù, ma il cuore ha preso a battere forte costringendomi a proseguire senza comprenderne il perché.

Un ambiente basso, i muri trasudano umidità e ristagna l’odore del tempo. Dietro di me, Dario sta filmando con una specie di frenesia: il ronzio della cinepresa è il solo rumore che si schiaccia contro le volte di quello che ci appare come un labirinto di pietre sconnesse e nessun riferimento di cosa ed a cosa sia appartenuto quel reticolo di passaggi.

Camminiamo in silenzio e con passo lieve ma a noi sembra rumoroso, mentre procediamo senza capire dove siamo. Il buio non è totale, ma non si vede da dove venga quella poca luce che ci permette di proseguire. Contro una delle pareti, di fronte alla finestrella, un piccolo sarcofago in pietra: dalle dimensioni si direbbe di un bambino. Ormai il disagio ci ha zittiti, ma ci spinge ad andare avanti. Una chiesa preesistente? Forse, ma qui c’è qualcosa che non capiamo e che ci turba. Fa freddo, un freddo che viene da lontano e che gela la pelle ed una gran voglia di tornare indietro, di rivedere la luce: ma c’è qualcosa qui che ci blocca. Fra noi, solo sguardi consapevoli delle stesse sensazioni e forse…delle stesse paure. Ed ecco che ci troviamo nell’unico spazio relativamente largo: da una finestrella in alto, sbarrata da una croce di bracci di ferro arrugginito, entra un po’ di luce. Contro una parete, al centro, un piccolo pilastro di marmo, perfettamente polito dalla base al culmine perfettamente piatto. Eppure immaginavamo di essere penetrati molto più in basso, a giudicare da quella finestrella che guarda su un cortile…e sono appena sussurri, mentre ci domandiamo cosa mai abbia significato, quella specie di altare sacrificale, che a noi tale sembra. Non può essere lo spezzone di una colonna antica! Troppo precisa e troppo liscia là dove sembra consumata e levigata da un lungo uso e non dal tempo.

Una specie di presentimento doloroso mi spinge a porre la mia mano su quell’antico ceppo e di colpo, vedo sangue…tanto sangue che cola dalla sommità che sto sfiorando, verso la base dove si raccoglie in un rivolo che poi sparisce dentro una specie d’incavo che non avevo ancora scorto. Per fortuna, io sola sono avvezza alle strane visioni che a volte prendono il sopravvento sulla realtà che vivo. Sangue! Sangue che scorre…mentre attorno al capitello lordato intravedo come un velario che mi tiene lontana da una realtà che non è più la mia e che disconosco.

Minuti? Ore? O solo attimi senza tempo che paiono scorrere su di me, isolandomi da tutto e da tutti, rendendo ogni cosa come dentro, sotto, al di là di una cortina di nebbia? Quella stessa nebbia che ora riempie questo loculo, addensandosi, componendosi, disegnando a tratti forme incorporee fatte solo di sussurri, come alito di un vento impossibile qui sotto, e la nebbia che sembra prendere vita.

Basta! Tutto questo è durato anche troppo per me, ed anche per gli altri due miei compagni che, pur ignari di quanto sto vedendo, rabbrividendo vistosamente si avviano per ritornare in superficie. Sembra proprio una fuga.

Di nuovo all’interno della piccola chiesa, ora ancora più in ombra e dove i muri sembrano ancora più scrostati e le pitture quasi illeggibili, con le figure di santi dimenticati che sprofondano di nuovo nell’ombra quasi totale.

Una volta usciti, aspirando e gustando l’aria serena appena fuori della Pieve, ci guardiamo in faccia, scorgendo nel volto uno dell’altro l’ansia, lo sgomento di poco fa, che era quasi paura. Non ci diciamo nulla, solo in fondo agli occhi una specie di sgomento che non comprendiamo ma che tentiamo di allontanare.

Molto tempo dopo (non abbiamo mai visionato il filmato fatto quel giorno ) ho scoperto l’origine di quel piccolo tempio: pare sia stato fatto erigere da Galla Placidia fra il VII e il X secolo e venne edificato sopra i resti di un tempio dedicato a Giove Ammone.

Dopo molte ricerche, ricostruii quel giorno e quella visita e venni a sapere che in quel mese d’agosto che non ho mai dimenticato, la Pieve era chiusa al pubblico, non solo per restauri ma anche perché in quell’epoca era divenuta Patrimonio dell’Umanità e soprattutto appresi che da tempo nessuno abitava più nella casa canonica che vi sorgeva accanto perché l’ultimo guardiano era morto molti anni prima.

Ora, riaperta al turismo, il passaggio nei sotterranei è chiuso (in seguito volevamo ritornarci, forse per sfatare dentro di noi ciò che credevamo di aver sentito laggiù) e non se ne parla in nessuna guida turistica, se non che vi si sono stati fatti alcuni ritrovamenti del tempio precedente alla sua costruzione. Non sono riuscita a trovare nessun’altra notizia valida sui sotterranei che abbiamo visitato. Ma il filmato…è là, assieme a tanti altri, ed alle volte mi domando se cercando di rivederlo….troverei ancora la pellicola impressionata.

Io non conosco verità assolute, ma sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò è il mio onore e a mia ricompensa”

Gibran Kahlil Gibran

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6 risposte su “La pieve maledetta”

grazie….ma la storia che ho raccontata è tutta vera! Dario se la ricorderebbe bene! Infatti – nonostante che la cosa non gli piacesse poi tanto…- aveva spesso questi “contatti” indesiderati! Comunque serbo gelosamente il ricordo di quella giornata di vacanza, tutti assieme!

ne sono contenta mia cara…L’intento era proprio questo: far partecipare a chi mi avesse letta, ad un’esperienza rara anche se…nel momento che l’abbiamo condivisa con Barbara e Dario non è proprio stata..piacevole!
alma serena

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