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gli imperi della luna GliAmici il magazzino dei ricordi

Sul mio amico Fano e sull’arte della conquista

Siamo quasi amici d’infanzia, quasi fratelli. Lui nella vita fa l’attore e il regista, è un bravissimo fotografo e sarebbe un ottimo sceneggiatore ma non si impegna nel piazzare le sue storie. Era diventato amico anche di mio padre, per anni condivisero le tavole del palcoscenico. Peccato che ora che papi non c’è più, per rispetto non mi faccia la sua parodia: gli riusciva benissimo…

Fano è un artista e (quindi?) un folle: lo dico sul serio. Un genere di follia che te lo fa amare. E’ capace di grande tenerezza e sorride sempre: non l’ho mai visto alterarsi, ovvero il suo modo di alterarsi è estremamente pacato. Gioca sempre: il suo bambino interiore non solo è vivo e vegeto, ma pure coccolato e alimentato ed è adorabile. Si, ecco, questo forse è il suo tratto caratteristico: vive la vita come un gioco, con la saggezza e la cultura della gente del Sud.

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gli imperi della luna il magazzino dei ricordi Un Uomo

Un Uomo


Alberto scappò da casa che era solo tredicenne, per protestare contro una situazione familiare che allora non poteva capire. Era il 1925. Sua madre voleva farlo cercare dai carabinieri, suo padre disse: “lascia stare, se ha la stoffa del delinquente, lo diventerà comunque restando a casa, se non ce l’ha, diventerà un Uomo”.
Diventò un Uomo.
Di quelli che si incontrano forse una sola volta nella vita, o forse mai.

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era mio padre il bel tenore il magazzino dei ricordi il mestiere di vivere

Lezioni d’amore

“Era mio padre”

Papà aveva un caratteraccio (che io ho ereditato, smussandolo da adulta con l’autoriforma, effetto collaterale della pratica buddhista).

A volte lo avresti ucciso, a volte lo avresti ammazzato di coccole. A Milano, di uno come lui, dicono “o mazàll o tegnìll”, o ammazzarlo o tenerlo com’è…e noi ce lo tenevamo: era un’adorabile canaglia e un irresistibile mascalzone, a volte aveva un sorriso da men’impippo “che neanche Clark Gable”…

Verso i 13 anni iniziò ad essere seriamente preoccupato, di fronte alla figlia che iniziava a sbocciare; succede a tutti i padri, ma in lui il fenomeno era decisamente virulento.

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Ognissanti, appuntamento con la memoria

Quest’anno, con immenso dispiacere non posso andare a visitare quello che Dario chiamava “magazzino dei ricordi” e allora ci torno con il ricordo: un post del 2005 del vecchio blog.

Non vado quasi mai al cimitero, ma ad Ognissanti, ricorrenza della nonna paterna e del bisnonno Luigi, vado in un paesino a 25 km da qui; ora ci sono anche le ceneri di papà, insieme ai suoi genitori. Quello che faccio, in realtà, è un viaggio nella memoria di un’infanzia felice.
Il paese è rimasto lo stesso, a dispetto dell’urbanizzazione selvaggia imperante ovunque, ma non qui.


Ogni domenica andavamo dai nonni a pranzo. Chissà perché avevano scelto di trasferirsi proprio qui, vicino alla riserva del Ticino.
Rifaccio ogni anno lo stesso percorso di allora e guardandomi intorno noto con piacere che non molto è cambiato. La stessa campagna piatta e brulla, tipica della pianura lombarda, dolcemente malinconica sia col sole, sia con la pioggia, poche case isolate ogni tanto, il dosso e poi si passa davanti alla villetta che fu dei nonni e si prosegue sulla strada maestra fino al cimitero, passando davanti alla chiesa, con la sua facciata invariabilmente rosa da più di 40 anni a questa parte e mi rammento le funzioni di allora, con gli uomini e le donne separati; io dovevo stare con la nonna e non capivo perché, ogni volta protestavo: una ribelle in erba.
Oggi c’era un po’ di nebbiolina. Di solito, all’uscita, compriamo le castagne arrosto appena fuori dal cancello, ma oggi le avevano già finite.

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gli antenati gli imperi della luna il magazzino dei ricordi

Bel Ninìn

A fine giugno partivo per il mare, ma fino all’adolescenza, alla chiusura della scuola andavo a stare un po’ dai nonni paterni, in campagna.

A quella casa sono legati molti ricordi di un’infanzia felice che a volte è rifugio nelle giornate amare.

Ogni domenica andavamo a pranzo dai nonni e la sera si tornava carichi di fiori, uova, verdurine fresche dell’orto e frutta.

I nonni si erano trasferiti quando avevo solo pochi mesi in una villetta al limitare di un paesino a venti chilometri dalla città; c’era un giardino pieno di fiori, davanti alla casa, sul retro invece un piccolo frutteto e un grande cortile, dove potevo scorrazzare con Tim, il mio amico a quattro zampe, correre sulla macchinetta rossa a pedali o andare sull’altalena. Ma io stavo sempre attaccata ai calzoni del nonno, che me le dava vinte tutte: papà, con una punta di invidia nella voce, gli diceva “guarda che nonno di legno dolce!”…era stato un padre molto severo, ma per me era un compagno di giochi fantastico. Ci divertivamo moltissimo, insieme; non riusciva proprio a lasciarmi a casa: io volevo accompagnarlo dappertutto e lui non si faceva pregare; persino a caccia mi portava, e ogni volta mi arrabbiavo perché non voleva insegnarmi ad usare il fucile.

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Ciao, Gustìn

Augusto era un contadino, con la semplicità e la saggezza degli uomini legati alla terra; sedeva spesso in un angolo, silenzioso, con un sorriso malinconico che a tratti si illuminava, preceduto da un guizzo di vivacità negli occhi. Non ricordo di averlo mai sentito lamentarsi. Parlava poco, per lo più del tempo: per chi coltiva la terra il tempo è pervasivo e fondamentale, può ripagarti del sudore versato o distruggere in un attimo tutte le fatiche di una stagione. Però ascoltava attentamente e qualche volta esprimeva un breve commento, spesso sorprendentemente arguto.

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Forse ho incontrato un bodhisattva

Nel 1978 Ibiza non era la bolgia infernale di oggi e Formentera era un piccolo eden selvaggio: grandi saline e campi di grano, qualche casa di pescatori e nemmeno un albergo: solo un ostello per chi avesse perso l’ultimo traghetto, oppure in caso di mare grosso; spiaggette deserte di sabbia bianchissima, con una striscia rosa di polvere di corallo là dove l’onda si ritira, sulla battigia; un mare dall’acqua calda e salatissima, trasparente come una piscina, dove ti immergevi tra piccoli pesci che ti sfioravano già a dieci centimetri di profondità, il profumo delle alghe buttate sulla riva dalla risacca.

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Come eravamo

un post ripescato dal vecchio blog, un siparietto di quotidianità col Baldo:
“Però eravamo tanto belli!”


Oggi il marito rientra per il pranzo,  si toglie il giubbotto da moto mentre  passano in TV le immagini della manifestazione degli studenti. Voce dal loggione (cioè LUI): “A LAVORAAAARE!”  
IO:  (sguardo eloquente): “EEEEHHHHHH????? Ti devo rispolverare la memoria? Chi è che mi piombava in casa con due occhi così per i lacrimogeni?  LUI:  “ehmmm ma io quando arrivavo? di pomeriggio…al mattino ero a scuola” . IO: “a scuooooolaaaaaa? seeeeee…come no! all’Einstein, il liceo più sovversivo del Paese: i figli dell’occupazione… le assemblee, il movimento studentesco…e il preside piu’ bastardo della città che chiamava ogni momento la pula… come quella volta che gli studenti si fregarono le chiavi dei cellulari: il giorno dopo, foto sul giornale degli agenti che rientrano in caserma spingendoli…A lavorare eh? Ma stai zitto, abbi un briciolo di decenza…”. 
Sorrisetto a metà tra beffardo e compiaciuto del marito. Un amico, uno di quei giovani d’oggi, si scompiscia dalle risate: “voi due oggi mi fate morire”. 
Già. Per un attimo siamo tornati ad essere quei liceali. Gli anni di piombo: un incubo, ma erano anche gli anni delle contestazione, della rivoluzione culturale, c’era un gran fermento di idee, di vita, di ideali. Pensavamo di poter cambiare il mondo… poveri idioti? Io non mi sento né idiota né sconfitta: ci siamo in parte riusciti, ma quelli di oggi che ne sanno di com’era prima? Che ne sanno di come eravamo…

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Tuo per Sempre

(se vorrai)

Si sa che per i bambini i vecchi solai sono un luogo eccitante ed avventuroso per giocare, magari frugando nei bauli e tra le vecchie cose. Mia madre non faceva eccezione e verso i 7 anni, giocando con i suoi amichetti nel solaio dei nonni, trovò le lettere che il mio bisnonno scriveva alla bisnonna quando erano fidanzati.

Lui si chiamava Luigi, era alto, con i riccioli biondi e gli occhi azzurri, ferroviere e socialista (gli portavamo garofani rossi il 2 novembre). Lei, Teresa, detta “Tisìn” era una peperina, piccola e svelta, dalla lingua tagliente e i modi asciutti. Ma quando parlava il suo Luigi…parlava il dio in terra: nemmeno il Papa o il Re (allora c’era ancora) avrebbero avuto tanta autorità.

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RIEN NE VA PLUS

Da un mesetto le amiche di mamma le chiedono: “e allora, sposina! Ci siamo quasi eh? Come ti senti?”. Lei a qualcuna lo dice, ad altre no (si limita a pensarlo): “sto progettando la fuga in Papuasia, a raddrizzare banane” …è una frase mutuata dal fidanzato, non ne sospetta il vero significato…anni dopo riderà della sua ingenuità, ricordandola.

La notte precedente al grande passo, sua madre le sussurra: “sei proprio sicura, vero? Guarda che se anche all’ultimo istante ci ripensi, non devi far altro che eclissarti: agli invitati ci penso io”.

Sicura? Non lo sa più nemmeno lei, adesso. 21 anni forse sono pochi per una così grande responsabilità.