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gli antenati gli imperi della luna il magazzino dei ricordi

Bel Ninìn

A fine giugno partivo per il mare, ma fino all’adolescenza, alla chiusura della scuola andavo a stare un po’ dai nonni paterni, in campagna.

A quella casa sono legati molti ricordi di un’infanzia felice che a volte è rifugio nelle giornate amare.

Ogni domenica andavamo a pranzo dai nonni e la sera si tornava carichi di fiori, uova, verdurine fresche dell’orto e frutta.

I nonni si erano trasferiti quando avevo solo pochi mesi in una villetta al limitare di un paesino a venti chilometri dalla città; c’era un giardino pieno di fiori, davanti alla casa, sul retro invece un piccolo frutteto e un grande cortile, dove potevo scorrazzare con Tim, il mio amico a quattro zampe, correre sulla macchinetta rossa a pedali o andare sull’altalena. Ma io stavo sempre attaccata ai calzoni del nonno, che me le dava vinte tutte: papà, con una punta di invidia nella voce, gli diceva “guarda che nonno di legno dolce!”…era stato un padre molto severo, ma per me era un compagno di giochi fantastico. Ci divertivamo moltissimo, insieme; non riusciva proprio a lasciarmi a casa: io volevo accompagnarlo dappertutto e lui non si faceva pregare; persino a caccia mi portava, e ogni volta mi arrabbiavo perché non voleva insegnarmi ad usare il fucile.

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albero buco il mestiere di vivere ricordi di guerra

Il Maialino di Tisìn

(dove si narra del coraggio di due vecchi che salvano una casa e tante persone )

Si era in tanti, in quella grande casa colonica che ospitava alla meglio famiglie intere, fuggite dai bombardamenti della cittadina vicina, a pochi chilometri da Bologna, attraversata dalla via Emilia e sulla quale il fronte, che risaliva in disfatta, si accaniva da mesi. Ci si chiamava quasi tutti con lo stesso cognome dei padroni di casa, parenti più o meno vicini e rifugiati lì, nella grande casa isolata in mezzo ai campi.

Nonostante i “grandi” non parlassero mai davanti a noi bambini della guerra, sapevamo, immaginavamo che qualcosa di terribile e pericoloso stava accadendo, specialmente quando gli stormi degli aerei passavano sopra di noi, producendo, man mano che si avvicinavano, un lugubre rombo assordante. Confusamente capivamo che stavano portando morte e distruzione da qualche parte, quando avrebbero sganciato il loro carico di bombe.

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gli imperi della luna rari diari

Business, lacrime e riflessioni

(Rari Diari)

Oggi è il tuo anniversario, amico mio, e voglio ricordarti così: pubblicando il post dell’antico blog, che scrissi quando te ne andasti. Mi piace anche ricordare com’eravamo… quasi concorrenti ma con reciproca stima e amicizia, che ogni tanto giocavano a far finta di tirare a fregarsi.

Un ottobre frenetico, con impegni che si accavallano e sforzi sovrumani per gestire tutto, spazi privati azzerati, blog compreso.

Dieci giorni fa eravamo fuori sede per un congresso, giovedì e venerdì scorsi per un evento che prevedeva degli incontri bilaterali internazionali, prefissati in agenda “a catena di montaggio”, uno ogni venti minuti, con tanto di campanella che li cadenzava, come a scuola tanti anni fa. Un tour de force notevole, prima durante e dopo, senza nemmeno una pausa tra le due mezze giornate: c’era pure la cena di gala… un altro show. Merita un post, ma non ora.

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autoriforma il magazzino dei ricordi

Un sole che cammina

“Barbara, devi assolutamente venire a questo meeting! C’è Kanzaki! Un mito! Poi giuro che non ti romperò più per farti partecipare alle riunioni”.

Un paio di settimane prima Lucrezia, la figlia di una mia amica, mi aveva parlato di buddhismo: sua madre non c’era e mi aveva sentita giù di corda. Con la generosità e il coraggio dei 20 anni mi aveva parlato con entusiasmo di questa sua nuova esperienza e così mi ero trovata a recitare il mantra davanti alla tenda bianca sentendomi molto cretina, come tutti all’inizio.

Erano tempi “non sospetti”, il buddhismo non era ancora diventato di moda: correva l’anno 1986.

Alla riunione i partecipanti sono in agitazione, c’è grande aspettativa e finalmente “lui” arriva. Dopo averne sentito parlare con tanta ammirazione, quando vedo arrivare un uomo piccolo e magro, dall’apparenza dimessa, penso: “tutto qui? Questa mezza porzione di sensei dovrebbe essere il grande guru?” Ci sediamo come usava allora, seduti sui talloni in circolo (per fortuna non si usa più: loro ci sono abituati, ma per noi occidentali era una vera tortura).

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albero buco il magazzino dei ricordi il mestiere di vivere

Al Tajadel(i) d’la Pina

Storia di come un piatto di tagliatelle può salvarti la vita

Entra…è pronto, Andrea…siediti intanto!”

Ed eccola, la mia mamma mentre arriva dalla cucina, con la grande zuppiera in mano colma di profumate e golose tagliatelle “alla bolognese”, fatte proprio secondo la ricetta originale (Artusi Docet)!

Le ha preparate lei, stamane, mattarello e tagliere, e così tanta amorevole gioia!

Mammamiamammamia….Giuseppina…quante me ne hai date!…”

macché troppe…alla tua età…non credo proprio che ne avanzerai!”

In casa mia la preparazione delle “tagliatelle” è sempre stata una cosa seria! Al giorno d’oggi ci sono macchinette che s’usano per prepararle…(no comment!) ma non posso scordare la mia nonna “Tisin” mentre impastava, davanti alla grande madia, sulla quale lavorava, rivoltava e sbatteva la bella pasta gialla di uova fresche di giornata, appena raccolte nel pollaio, delle sue galline così preziose ed amate!

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albero buco gli imperi della luna il magazzino dei ricordi

Ciao, Gustìn

Augusto era un contadino, con la semplicità e la saggezza degli uomini legati alla terra; sedeva spesso in un angolo, silenzioso, con un sorriso malinconico che a tratti si illuminava, preceduto da un guizzo di vivacità negli occhi. Non ricordo di averlo mai sentito lamentarsi. Parlava poco, per lo più del tempo: per chi coltiva la terra il tempo è pervasivo e fondamentale, può ripagarti del sudore versato o distruggere in un attimo tutte le fatiche di una stagione. Però ascoltava attentamente e qualche volta esprimeva un breve commento, spesso sorprendentemente arguto.

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albero buco il magazzino dei ricordi il tempo che fu

La Vendemmia

La terrazza s’affaccia sui tetti e guardo verso le case, basse e come acquattate sotto i campanili d’attorno, che si vanno immergendo nella prima nebbia della sera.

Dalla chiesa di San Domenico, qui vicino, s’alza qualche rintocco piano….don…don…

Il richiamo alla preghiera serale….don…don….ed il suono si spande nell’aria ferma in cerchi sempre più vasti….come quelli prodotti da un sasso gettato nello stagno e che per un tempo lungo…magico…solletica la superficie immobile dell’acqua.

Ma altri ricordi si rincorrono da quest’immagine satura di una dolce melanconia.